SIRIA: LE RELAZIONI PERICOLOSE TRA I ROSSOBRUNI E IL NEGAZIONISMO “ANTIMPERIALISTA”

Di Germano Monti

Terza parte

 1976 – Tall el Zaatar – opera di Sergio Michilini

Le prime due puntate di questo servizio, pubblicate su www.freedomflotilla.it, hanno provocato reazioni e mal di pancia di varia entità. Qualcuno, sul web, ha additato l’autore come un agente della NATO o un infiltrato sionista. Qualcun’altro, sempre sul web, ha affermato di saperlo con assoluta certezza al soldo dell’onnipresente Emiro del Qatar.  Altri ancora hanno semplicemente richiesto precisazioni, come è nel loro diritto. Il Prof. Tiberio Graziani, ha segnalato di non essere mai stato fra i promotori della manifestazione pro – Assad del 26 novembre scorso: vero, abbiamo subito rimediato all’errore. Andrea Fais ci ha invitato a specificare la sua estraneità  personale “a qualunque forma di negazionismo anti-ebraico o di razzismo o di fascismo”, invito cui aderiamo volentieri, perché è bello pensare che esista un fascista in meno ed un democratico in più. Un altro promotore di quella manifestazione, Gabriele Repaci, ha a sua volta asserito di non esserlo, invitando a rimuovere il suo nome dall’articolo. Non possiamo accontentarlo, perché il suo nome compare tutt’oggi fra i promotori di quella manifestazione, come chiunque può constatare: http://26novembre2011.wordpress.com/12-2. La richiesta, dunque, non va rivolta a noi.

Il link alla prima parte dell’articolo è  http://www.freedomflotilla.it/2012/03/16/siria-le-relazioni-pericolose-tra-i-rossobruni-e-il-negazionismo-%e2%80%9cantimperialista%e2%80%9d .
La seconda parte è su  http://www.freedomflotilla.it/2012/03/19/siria-i-rossobruni-e-il-negazionismo-%e2%80%9cantimperialista%e2%80%9d. La lettura delle prime due parti è indispensabile per la comprensione della terza ed ultima, che è quella che segue.

L’ultima spiaggia dei negazionisti “di sinistra”, sempre più in difficoltà di fronte all’evidenza degli eventi, è rappresentata dalla delegittimazione dell’opposizione siriana laica e di sinistra, esplicitamente contraria ad ogni intervento esterno, compresi quelli rappresentati come “umanitari”.
Non potendo attaccare quell’opposizione – rappresentata principalmente dal Coordinamento Siriano Nazionale per il cambiamento Democratico (CNSCD) –  sul piano dei contenuti, i “nostri” hanno pensato bene di adottare una tattica diversa, che è quella di rappresentare quell’opzione come irrilevante. In sintesi, si tratterebbe di piccoli gruppi di idealisti, anche in buona fede, ma che non contano niente, perché le redini della sovversione contro il legittimo regime del clan Assad sono saldamente in mano al Consiglio Nazionale Siriano, filo-occidentale ed egemonizzato dall’Ikhwan, teleguidato dalle petromonarchie del Golfo, e di cui l’Esercito Libero Siriano – armato dagli emiri sauditi e qatarioti, nonché dalla Turchia, dalla NATO e da Israele – sarebbe il braccio armato dedito al terrorismo. Quindi, i rivoluzionari siriani democratici e laici sono, tuttalpiù, degli ingenui, anzi, oggettivamente, degli utili idioti.
La realtà era ben diversa: l’opposizione laica e democratica era largamente egemone in Siria, specialmente nei grandi centri urbani, al punto che se ne è resa conto anche la diplomazia internazionale, più realista dei nostri negazionisti da osteria. Il CNSCD è un interlocutore con cui da mesi dialogano le diplomazie di Russia e Cina, alla ricerca di un assetto per l’inevitabile dopo-Assad che non consegni la Siria ad un destino “libico”. Ma non basta: lo scorso 29 febbraio, la Comunità di S. Egidio, da molti considerata l’elemento portante della diplomazia vaticana, ha organizzato un convegno a Roma dal titolo “La Primavera Araba. Verso un nuovo Patto Nazionale”. A testimoniare dell’importanza dell’evento, gli stessi nomi dei partecipanti: dal Ministro per la Cooperazione Internazionale, Andrea Riccardi, al leader storico del partito tunisino Ennahdah Rachid Gannouchi, insieme ad esponenti libanesi delle diverse appartenenze e confessioni, come Samir Franjieh e l’arcivescovo greco-cattolico Cyril Salim Bustros. Numerosi gli esponenti egiziani, come Abdul-Rahman al-Barr dell’Ikhwan, il teologo Mohammed Esslimani, il vescovo copto Botros Fahim Awad Hanna, Ahmed Abu Baraka del Freedom and Justice Party (braccio politico dell’Ikhwan) e Ramy Shaath, della Coalizione dei Giovani di Piazza Tahrir. Inoltre, rappresentanti dell’Ikhwan dalla Libia e di altri movimenti – per i diritti umani, laici, cristiani, sciiti e sunniti – da Iraq, Giordania, Turchia, Libano, Qatar e Tunisia.
Nonostante la presenza di tanti attori importanti, l’attenzione è stata tutta per Haytham Al Manna, storico militante per i diritti umani e rappresentante all’estero del CNSCD. Per saperne di più sul convegno e su quello che ha detto Al Manna,  http://www.freedomflotilla.it/2012/03/01/importante-convegno-a-roma-sulla-primavera-araba-parla-haytham-al-manna-leader-dell%e2%80%99opposizione-rivoluzionaria-siriana/#more-2838. In questa sede, quello che interessa far notare è che i soli a considerare irrilevante l’opposizione siriana democratica e laica, che rifiuta ogni intervento esterno, sono stati solo i nostri “antimperialisti”, che continuano così ad inquinare il pozzo della verità e ad ingannare gli attivisti e gli internazionalisti italiani.

I PALESTINESI    

Altra vittima della campagna di sostegno al clan Assad è il popolo palestinese. La storia delle aggressioni condotte dal padre dell’attuale rais siriano, Hafez Assad, è tanto lunga, quanto nota: dalla strage del campo palestinese di Tall el Zaatar, il 12 ahosto 1978, al tentativo di smantellare l’OLP con la tristemente nota “Guerra dei campi” che, dal 1984 al 1989, vide i campi dei rifugiati palestinesi in Libano (già colpiti dall’invasione israeliana del 1982, anno della strage di Sabra e Chatila) teatro dei combattimenti fra le milizie palestinesi e libanesi fedeli a Damasco e i fedayn di Yasser Arafat. Nel 1991, poi, va ricordato che Arafat schierò politicamente l’OLP al fianco dell’Iraq aggredito dalla coalizione guidata dagli U.S.A., mentre la Siria del clan Assad entrò a far parte di quella coalizione, inviando a combattere contro gli Irakeni un contingente composto da 14.500 soldati. In virtù della sua partecipazione all’aggressione contro l’Iraq, la Siria ricevette cospicui aiuti finanziari dalle petromonarchie del Golfo, che vennero utilizzati principalmente per ammodernare le forze armate. Contemporaneamente, le stesse petromonarchie tagliarono gli aiuti all’OLP e cacciarono moltissimi Palestinesi che vivevano in quei territori.
Venendo ai giorni nostri, osserviamo che nessuno dei principali siti dedicati all’informazione ed alla solidarietà con il popolo palestinese ha ritenuto di dover dare notizia di alcuni eventi che, invece, meriterebbero di essere portati a conoscenza del movimento di solidarietà.
Sabato 20 agosto, quando la rivolta siriana era già in corso da cinque mesi, le agenzie palestinesi battono la notizia che “Le forze siriane si sono affrettate a distruggere le prove della sanguinosa repressione a Latakia, che ha ucciso decine di Palestinesi ed ha costretto i rifugiati alla fuga, come hanno riferito gli attivisti ai funzionari dell’ONU arrivati a Damasco. Le forze di sicurezza sono state viste lavare il sangue dalle strade e dai muri del campo dei rifugiati di Al Ramel, prima del previsto arrivo della missione nella città portuale (…)”. L’articolo dell’agenzia palestinese Maan riporta l’uccisione a Latakia di più di 60 civili, “la maggior parte dei quali Palestinesi”, mentre migliaia di persone sono fuggite quando navi da guerra siriane hanno iniziato a sparare dal mare sulla città. Seguendo il classico copione israeliano, le forze di sicurezza siriane smentirono bombardamenti dal mare ed affermarono che l’obiettivo della loro azione a Latakia era quello di colpire “uomini armati” che “avevano aperto il fuoco sui residenti”, ma i testimoni hanno detto che l’assalto è iniziato dopo che un piccolo gruppo aveva inscenato una dimostrazione pacifica. L’associazione palestinese di sostegno ai rifugiati Badil chiese un’inchiesta “credibile ed indipendente sui recenti avvenimenti nel campo di Latakia, in linea con gli standard internazionali, per investigare sui crimini contro l’umanità che sono stati commessi”, ma – sempre seguendo l’esempio dei loro colleghi israeliani – i vertici siriani non hanno preso in considerazione la richiesta.
Il 15 marzo 2012, l’agenzia Maan comunica che le forze di sicurezza siriane hanno minacciato di assaltare il campo dei rifugiati di Yarmouk, nel distretto di Damasco, il più grande campo palestinese in Siria, dove vivono più di 110.000 rifugiati. Un agente della sicurezza siriana avrebbe fatto sapere che “Yarmuk non è più prezioso di Baba Amro (il quartiere di Homs semidistrutto dai bombardamenti dell’esercito, n.d.r.) e sarà preso d’assalto se continueranno le dimostrazioni organizzate dal movimento Fatah”. Tanto per far capire che non scherzano, le forze di sicurezza hanno arrestato alcuni membri di Fatah del campo: Ayman Juda Abu Ala, Jihad Abu Yousef, Abdul Wahed Kherma, Firas Tahmaz, e Amjad Sadya.
Infine, il sito www.sirialibano.com – animato dall’esperto di Medio Oriente e redattore della rivista “Limes” Lorenzo Trombetta – il 19 marzo conferma che da mesi si verificano “violenti scontri armati tra fazioni palestinesi sostenitrici del regime di Damasco e altri gruppi in favore invece della rivolta in corso in Siria da quasi un anno”, il che non può che far temere una riedizione della “Guerra dei campi”, con le milizie sul libro paga del clan Assad di nuovo protagoniste. Si tratta di organizzazioni (Fronte Popolare – Comando Generale, Fatah Intifada, Saiqa, ecc.) pressoché inesistenti nella Palestina occupata e con una presenza molto ridotta nei campi dei rifugiati in Libano, ma che possono contare sul sostegno finanziario e militare di Damasco.
La strage di Latakia, almeno in Italia, è stata seppellita dal silenzio. Ora, se dovesse accadere qualcosa del genere a Yarmuk o in un altro campo palestinese in Siria, nessun “antimperialista” potrà dire “ma io non sapevo niente”.

***

Purtroppo, oggi è sotto gli occhi di tutti come gli spazi per una soluzione della crisi siriana diversa da un conflitto sempre più sanguinoso si siano drammaticamente ridotti. La violenza bestiale con cui il regime ha represso le proteste sin dal primo giorno, unita all’assenza di solidarietà internazionale con i rivoltosi, non poteva che indurre molti Siriani ad impugnare le armi, nella convinzione – certificata dai fatti – che non vi siano alternative praticabili. In questo contesto, l’inserimento di interessi e potenze straniere diventa obiettivamente molto più facile, favorito anche dalla frammentazione dell’opposizione. L’opzione della lotta popolare sostenuta dal Coordinamento Democratico si scontra con la realtà dei massacri che il regime continua a perpetrare e lo stesso Consiglio Nazionale deve ora confrontarsi con l’aggressività di gruppi islamisti radicali. L’imbarbarimento del conflitto coinvolge anche le forze dell’opposizione armata, che iniziano a loro volta a compiere ritorsioni e rappresaglie, denunciate con preoccupazione dalle organizzazioni per i Diritti Umani come Human Rights Watch.
La conta dei morti ha raggiunto e superato le 10.000 unità, compresi più di 2.000 soldati dell’esercito di Assad e circa 500 disertori. Il numero dei feriti, dei torturati e dei desaparecidos è incalcolabile e l’ultimo rapporto di Amnesty International dedicato alla Siria (http://www.amnesty.it/nuovo-rapporto-sulla-siria-torture-e-maltrattamenti-in-detenzione-fenomeno-sistematico-e-massiccio) conferma anche la trasformazione degli ospedali in centri di detenzione e tortura. Alla luce di questa situazione, appare veramente difficile che il piano elaborato da Kofi Annan e dall’ONU, cui il governo siriano ha ufficialmente aderito, possa avere qualche speranza di successo.
Eppure, il destino del clan Assad è segnato: nessun regime che si sia macchiato di tali e tanti crimini contro il suo stesso popolo può sperare in una lunga vita, perché, come ha detto qualcuno, “con le baionette si può fare tutto, tranne che sedercisi sopra”. L’Intifada siriana non farà passi indietro, e lavorare affinché porti ad una Siria libera, democratica e indipendente è interesse di tutti quelli che vogliono libertà e giustizia per tutti i popoli, a cominciare dal popolo palestinese.
Lo hanno scritto nel dicembre scorso, in un appello per la liberazione della blogger  Razan Ghazzawi, molti attivisti palestinesi che conosciamo bene, fra i quali Huwaida Arraf e Ali Abunimah: “La Palestina non potrà mai essere libera mentre il popolo arabo vive sotto regimi repressivi e reazionari. La strada per una Palestina libera passa per una libera Siria, nella quale i Siriani vivano nella dignità.
Libertà per tutti i prigionieri nelle galere del regime siriano! Lunga vita alla Rivoluzione Siriana, libera dalla dittatura, dal settarismo e dagli interventi stranieri!

Come abbiamo visto, l’informazione è addirittura propedeutica alla solidarietà. Chi pensa che l’Intifada siriana sia solo un complotto straniero e che le rivoluzioni arabe il risultato di un patto segreto fra l’imperialismo occidentale e l’Islam politico, molto probabilmente resterà della sua opinione e continuerà a dire che le immagini di persone uccise e torturate sono girate fra Hollywood e Cinecittà. Chi pensa che la realtà araba sia più dinamica ed interessante, ancorché più drammatica, troverà in Vicino Oriente un piccolo ma utile strumento di conoscenza.

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