SALAMA KAYLA, COMUNISTA PALESTINESE, VITTIMA DELLA REPRESSIONE DEL REGIME DI ASSAD

C’è un aspetto della repressione messa in atto dal regime del clan Assad che meriterebbe di essere maggiormente analizzato, anche se non si presta alla spettacolarizzazione ed al manicheismo che caratterizzano quel poco di informazione italiana su quel che sta avvenendo in Siria.
A chi segue gli avvenimenti siriani, appare evidente come, negli ultimi tempi, le attenzioni degli apparati repressivi del regime si dirigano sempre più spesso verso gli esponenti delle opposizioni laiche e di sinistra, concentrati principalmente nelle metropoli di Damasco ed Aleppo, fino ad ora relativamente risparmiate dalla devastante violenza militare di Homs, Hama, Dera, Idlib e dei piccoli centri dove lo scontro ha già assunto i caratteri della guerra civile.
Ad essere colpiti da arresti, sequestri, torture ed anche omicidi, ora sono gli attivisti per i diritti umani, i blogger, gli intellettuali, gli studenti universitari. Emblematica, a questo proposito, la vicenda di Salama Kayla, della quale in Italia si è parlato pochissimo.
Kayla è un intellettuale marxista palestinese di 57 anni, impegnato nella resistenza contro ml’occupazione israeliana, ha scontato più di otto anni nelle carceri di Hafez Assad, il predecessore dell’attuale rais siriano. Contrario all’uso della violenza, Kayla si oppone fermamente alle interferenze straniere in Siria e condanna senza mezzi termini quelle forze che, come il Consiglio Nazionale Siriano, agiscono all’estero e collaborano con i regimi arabi reazionari, come le petromonarchie del Golfo. Dopo essere stato nuovamente arrestato lo scorso 24 aprile, Kayla è stato espulso il 14 maggio dal Paese.
Altri oppositori laici, di sinistra e non violenti sono scomparsi da mesi, come Mazen Darwish, direttore del Centro Siriano per i Media e la Libertà di Espressione, altri ancora – come la blogger Razan Ghazzawi – sono in attesa di essere processati dai tribunali militari. Imad Huriye, critico teatrale ed editore letterario è stato arrestato nel pieno centro di Damasco lo scorso 30 aprile e negli stessi giorni – ancora  a Damasco – è stato sequestrato dai servizi di sicurezza lo psicologo Jalal Nawfal. Come accade in questi casi, non si hanno notizie sul luogo di reclusione. Infine, alcuni giorni fa le forze di sicurezza e le squadracce shabiya (i miliziani irregolari del regime) hanno aggredito una dimostrazione pacifica all’università di Aleppo, uccidendo quattro studenti e devastando le residenze universitarie.
Di fronte a questi eventi – che sono una minima parte di quelli che avvengono quotidianamente in Siria – c’è da chiedersi quale sia la ragione del silenzio di tanti attivisti italiani per i diritti umani, la pace e la giustizia in Medio Oriente. Un silenzio che ormai sconfina nella complicità.

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