AMNESTY INTERNATIONAL: IL VICINO ORIENTE NEL 2011

“Per le popolazioni della regione, la lunga marcia verso la libertà, la giustizia e i diritti umani per tutti era senza alcun dubbio iniziata.”

La panoramica di Amnesty International sul 2011 nei Paesi del Vicino Oriente, fra rivoluzione e repressione. 

MEDIO ORIENTE E AFRICA DEL NORD – PANORAMICA

Non abbiamo paura di essere uccisi, feriti, arrestati o torturati. Non esiste più paura. La gente vuole vivere con dignità. Pertanto non ci fermeremo.”

Ahmed Harara, che lavorava come dentista, è stato ferito a un occhio da una scheggia di proiettile il 28 gennaio e di nuovo all’altro occhio il 19 novembre, lesioni a seguito delle quali è rimasto cieco

Per i popoli e gli stati della regione del Medio Oriente e Africa del Nord, il 2011 è stato realmente l’anno della svolta. Un anno segnato da rivolte popolari e tumulti senza precedenti, in cui le istanze fortemente represse, le richieste e le proteste di una nuova generazione hanno spazzato via in successione una serie di vecchi governanti che, fino a poco prima della loro caduta, sembravano a tutti gli effetti inattaccabili. A fine anno, altri rimanevano aggrappati al potere ma unicamente utilizzando i mezzi più spietati; il loro futuro era in bilico. La regione nel complesso era ancora turbata dai fremiti e dalle ripercussioni del terremoto politico e sociale deflagrato nei primi mesi dell’anno. Benché rimanessero molte incertezze, gli eventi del 2011 sono parsi essere in tutto e per tutto altrettanto significativi per la popolazione della regione, come lo erano stati la caduta del muro di Berlino e il crollo dell’impero sovietico per la popolazione della regione dell’Europa e dell’Asia Centrale.

Nell’intera regione del Medio Oriente e Africa del Nord, il 2011 è stato caratterizzato dalle richieste di massa di un cambiamento: una maggiore libertà di parola e la libertà di azione dalla soffocante paura della repressione di stato; governi trasparenti e responsabili delle loro azioni e la fine della corruzione dilagante ai più alti livelli; più posti di lavoro e più eque condizioni di impiego e mezzi per raggiungere i migliori standard qualitativi di vita; l’affermazione della giustizia e dei diritti umani, compreso il diritto di vivere la propria vita e di sostentare la propria famiglia in dignità e sicurezza. A supporto di queste richieste, centinaia di migliaia di persone, tra le quali le donne, sono state visibilmente in prima linea, hanno riempito le strade di Tunisi, del Cairo, di Bengasi, di Sana’a e di molte altre città e varie località dell’intera regione, per chiedere il cambiamento. Hanno continuato a farlo malgrado la carneficina che si consumava attorno a loro, sotto i colpi delle forze di sicurezza governative. L’hanno fatto con determinazione, risoluzione e indomito coraggio, e nel farlo si sono liberate con le loro stesse mani da quella paura che per lungo tempo i governi avevano istillato, allo scopo di mantenerle zitte e immobili al loro posto. Almeno per una volta, l’idea del potere del popolo ha influenzato l’intera regione, scuotendola nel profondo.

Inizialmente, le proteste hanno per lo più dato voce alla frustrazione popolare per l’incapacità dei leader nazionali di affrontare i bisogni e le aspirazioni della gente. La risposta tipica di questi leader è stata sguinzagliare i loro poliziotti antisommossa e agenti di sicurezza per annientare con la forza le proteste; ma così non hanno fatto altro che gettare benzina sul fuoco, facendo scattare nella gente un’indignazione e un disprezzo ancor più profondi. Mentre i manifestanti venivano eliminati a sangue freddo, rastrellati in arresti di massa, torturati e abusati, il risentimento della popolazione si rafforzava. Senza lasciarsi intimidire dal bagno di sangue, un numero sempre maggiore di persone si radunava nelle strade per chiedere la sostituzione o il rovesciamento di leader nazionali ormai screditati e disprezzati, che cercavano di consolidare le dinastie familiari per mantenersi al potere. La rapida caduta prima del presidente tunisino Zine El ‘Abidine Ben ‘Ali e poi quella del presidente egiziano Hosni Mubarak riecheggiavano in tutta la regione, inviando un messaggio di speranza ai sostenitori del cambiamento e delle riforme in altri stati. Per una volta, sembrava che fosse in atto un effetto domino nuovo, che avrebbe spazzato via dal potere altri leader repressivi e autoritari. Nell’arco di qualche mese, i 42 anni di dominio e di abusi del colonnello Mu’ammar al-Gaddafi in Libia si sono conclusi con un epilogo sanguinoso e i consolidati regimi di Yemen e Siria stavano combattendo una battaglia persa per poter, letteralmente, sopravvivere di fronte alle pressanti richieste di massa per la loro destituzione. In Bahrein, il governo ha fatto uso eccessivo della forza e di metodi repressivi per soffocare le proteste ma, a fine anno, si è impegnato ad attuare riforme sul piano politico e dei diritti umani. In altre parti, come in Algeria, Giordania e Marocco, i detentori del potere hanno ripetutamente promesso al loro popolo riforme e una maggiore possibilità di avere voce in capitolo nelle decisioni che riguardano il paese. In Arabia Saudita e in altri stati del Golfo, ricchi di risorse petrolifere e di gas naturale, i governanti sono ricorsi alle loro riserve finanziarie per cercare di andare incontro alle rivendicazioni sociali e per tentare di mantenere docile la popolazione.

LE RIVOLTE
L’anno si è aperto con la Tunisia in uno stato di agitazione. Per un momento, il presidente Ben ‘Ali ha cercato di domare le proteste nello stesso modo in cui aveva represso precedenti rivolte nella regione di Gafsa nel 2008, ovvero tramite l’utilizzo della forza brutale.

Nel giro di qualche settimana, circa 300 tunisini sono andati incontro a morte violenta ma, questa volta, senza che la determinazione dei manifestanti ne fosse scalfita. Il 14 gennaio, la resistenza di Ben ‘Ali ha ceduto. Assieme ad altri membri del suo clan, si è imbarcato su un aereo ed è volato via alla ricerca di un porto sicuro in Arabia Saudita. È stato un momento elettrizzante, in quanto sia i governi sia le popolazioni dell’intera regione si sono resi conto che ciò che fino ad allora era sembrato pressoché inimmaginabile, vale a dire la fuga forzata di quello che per 20 anni era stato un governante dittatoriale, si era appena realizzato. Per gli altri governi repressivi della regione, la brusca uscita di scena di Ben ‘Ali suonava come un campanello d’allarme; per la massa di persone che osservava il susseguirsi degli eventi su Al Jazeera e altri canali televisivi satellitari, la sollevazione tunisina ispirava nuove speranze e faceva loro percepire che anch’essi sarebbero riusciti a ottenere ciò che aveva ottenuto il popolo della Tunisia.

Nell’arco di due settimane, gli eventi della Tunisia si sono riproposti, su scala se possibile ancor più vasta, in Egitto. Al Cairo, piazza Tahrir è divenuta il fulcro e il campo di battaglia decisivo in cui gli egiziani hanno avanzato le loro richieste di cambiamento. Attraverso Internet, i social network e i telefoni cellulari con i quali hanno organizzato e coordinato le loro attività, nell’arco di 18 giorni i manifestanti hanno dato vita alla “rivoluzione del
25 gennaio” e provocato la caduta del presidente Mubarak, dopo 30 anni di imperturbabile potere. Questo risultato è stato ottenuto a fronte dell’estrema repressione attuata dalle forze di sicurezza e dai cosiddetti “teppisti”, al soldo del governo. Almeno 840 persone sono state uccise e più di 6000 ferite, mentre altre migliaia sono state arrestate, percosse o torturate. L’11 febbraio, Hosni Mubarak ha annunciato le sue dimissioni ed è stato sostituito dal Consiglio supremo delle forze armate (Supreme Council of the Armed Forces – Scaf). Si è ritirato nella sua tenuta nella località di Sharm el-Sheikh sul mar Rosso, da dove è stato chiamato a comparire in tribunale al Cairo ad agosto, per sostenere il processo per corruzione e per aver ordinato l’uccisione dei manifestanti.

La caduta di Mubarak, avvenuta sotto la luce dei riflettori dei mezzi d’informazione di tutto il mondo, ha avuto l’effetto di spronare il richiamo alla protesta di massa in una moltitudine di altre città e località dell’intera regione. In Bahrein, da febbraio, i manifestanti appartenenti per lo più alla maggioranza musulmana sciita hanno tenuto manifestazioni pacifiche e stabilito un accampamento di protesta presso la rotonda Pearl, nella capitale Manama, per chiedere una maggiore possibilità di aver voce in capitolo nelle decisioni che riguardano il paese e la fine dell’emarginazione che sostengono di subire da parte della famiglia regnante Al Khalifa. I manifestanti sono stati sgomberati con forza eccessiva pochi giorni dopo e in seguito con brutalità ancora maggiore quando hanno ripreso le loro proteste a marzo. In Iran, i leader delle proteste di massa represse dal governo nel 2009 hanno invocato nuove manifestazioni e per questo sono stati messi agli arresti domiciliari.

In Algeria, il governo ha fatto intervenire in modo massiccio le forze di sicurezza per scoraggiare le manifestazioni ma ha anche cercato di allentare la tensione revocando lo stato d’emergenza, in vigore da 19 anni. Il sultano dell’Oman, Qaboos bin Said, ha promesso di creare migliaia di nuovi posti di lavoro e aumentato le indennità per i disoccupati; ha inoltre ordinato il rilascio dei manifestanti detenuti. In Arabia Saudita, notizie riferivano che il governo aveva corrisposto più di 100 miliardi di dollari Usa ai propri cittadini, mentre proclamava la messa al bando di tutte le manifestazioni pubbliche. L’esecutivo saudita ha mobilitato le forze di sicurezza, schierandole contro chiunque prendesse parte alla cosiddetta “giornata della rabbia” a Riyadh.

Nello Yemen, le proteste sono iniziate a gennaio, innescate dalle proposte di modifiche costituzionali che avrebbero consentito al presidente Ali Abdullah Saleh di restare in carica a vita e di trasmettere quindi il potere a suo figlio. Le proteste sono proseguite per l’intero anno, stimolate dagli eventi in corso in Egitto e in altri paesi della regione, mentre le forze del presidente Saleh sparavano indiscriminatamente sulla folla di manifestanti ed egli faceva di tutto per cercare di conservare il suo lungo monopolio di potere. Verso la fine dell’anno, la posizione del presidente yemenita era fortemente indebolita. Ciò nonostante, si manteneva aggrappato al potere mentre il Consiglio di cooperazione del Golfo (Gulf Cooperation Council – Gcc) gli offriva l’immunità giudiziaria, malgrado lo spaventoso numero di uccisioni illegali e di altre gravi e diffuse violazioni dei diritti umani commesse dalle sue forze di sicurezza. Il fatto che lui e altri responsabili potessero beneficiare dell’impunità era un vero affronto alla giustizia, oltre che uno scandaloso tradimento nei confronti delle vittime dei crimini del regime.

Riguardo alla Libia, situata geograficamente tra Tunisia ed Egitto, gli eventi in corso in questi due paesi hanno dato nuova speranza a una popolazione che, dopo 42 anni di dominio di Mu’ammar al-Gaddafi, era stata privata della libertà di parola, della possibilità di dar vita a partiti politici indipendenti, sindacati od organizzazioni della società civile. Mu’ammar al-Gaddafi era riuscito a mantenersi al potere per così tanto tempo, mettendo una parte della popolazione contro l’altra, favorendo coloro che considerava suoi fedeli e mettendo a tacere senza pietà quanti esprimevano dissenso. In precedenza emarginato a livello internazionale per la sua presunta sponsorizzazione del terrorismo, negli ultimi anni aveva goduto di un nuovo riavvicinamento con le democrazie occidentali, poiché l’industria petrolifera della Libia andava sviluppandosi e il paese assumeva nuova importanza in quanto punto di transito per rifugiati e migranti africani, alla ricerca di un modo per entrare in Europa. Mu’ammar al-Gaddafi appariva fiducioso e sicuro di avere il controllo mentre Ben ‘Ali e poi Hosni Mubarak cadevano, ma a febbraio anche in Libia le manifestazioni antigovernative sono sfociate in una rivolta popolare. Questa si è presto trasformata in un conflitto armato internazionale in cui è stata coinvolta la Nato, culminato il 20 ottobre nella cattura e nella morte violenta di al-Gaddafi, mentre cercava di fuggire dalla sua roccaforte assediata, nella città di Sirte. È quindi entrato in carica un Consiglio nazionale di transizione che tuttavia, a fine anno, non aveva ancora imposto la sua autorità e il paese era in preda alle armi e alle milizie armate, che mettevano in atto rappresaglie contro presunti lealisti di al-Gaddafi e che costituivano una continua minaccia alla sicurezza pubblica.

In Siria, dove il regime capeggiato dalla famiglia al-Assad era al potere dal 1970, le prime avvisaglie di protesta a febbraio erano state poco incisive ed esitanti. Tuttavia, quando le forze di sicurezza hanno detenuto e, stando alle notizie, compiuto violazioni ai danni di minori che avevano scritto slogan antigovernativi sui muri della cittadina meridionale di Dera’a, hanno di fatto innescato proteste di massa, che si sono rapidamente diffuse di città in città. Colto di sorpresa, il governo ha chiuso il paese ai mezzi d’informazione di tutto il mondo e agli osservatori indipendenti. Ha messo in atto una repressione feroce contro manifestanti disarmati, impiegando cecchini sui tetti degli edifici, sparando sulla folla e schierando carri armati dell’esercito nelle città e nei villaggi, mentre continuava a sostenere che le uccisioni erano opera di misteriose bande armate antigovernative. A fine anno, secondo le Nazioni Unite, erano state uccise circa 5000 persone, in maggioranza civili, mentre altre migliaia erano state ferite o arrestate o entrambe le cose. In alcune sacche del paese, c’erano segnali di un’imminente guerra civile tra le forze del regime e i soldati che avevano disertato per unirsi alle rivolte.

Il governo siriano ha cercato di nascondere sia la portata delle proteste sia la violenza della propria risposta ma il suo tentativo è stato largamente mandato all’aria dal coraggio e dalla determinazione degli attivisti locali e dei testimoni che hanno filmato la carneficina con i loro telefoni cellulari e postato su Internet centinaia di video. Alcuni di questi filmati mostravano corpi di persone torturate a morte in detenzione, in alcuni casi mutilati; tra le vittime c’erano anche minori.

LA RISPOSTA INTERNAZIONALE
Gli Stati Uniti e i governi occidentali, che per lungo tempo erano stati i principali alleati dei leader dittatoriali di Tunisia ed Egitto, inizialmente non hanno colto il significato delle proteste e hanno avuto una reazione lenta. Ben presto, tuttavia, si sono affrettati a riformulare la loro linea politica, ammettendo finalmente la natura violenta dei regimi in bilico. Quando in Libia si è arrivati al conflitto armato, sono intervenuti con decisione contro il colonnello al-Gaddafi, con l’appoggio di stati chiave del Golfo, e si sono avvalsi di un mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per proteggere i civili, per spianare la strada a una campagna dell’aviazione della Nato che ha spostato l’ago della bilancia contro il leader libico.

Anche in Bahrein, dove aveva la propria base la Quinta flotta degli Stati Uniti, e soprattutto in Siria e Yemen, i manifestanti avevano un disperato bisogno di essere protetti dalle politiche criminali dei loro governi. La comunità internazionale, tuttavia, è stata molto meno incline a offrire loro il proprio sostegno. Mentre il Consiglio di sicurezza aveva rinviato Mu’ammar al-Gaddafi alla Corte penale internazionale, non ha adottato la stessa misura nei confronti del presidente Bashar al-Assad, malgrado l’evidenza di prove schiaccianti che le sue forze stavano compiendo crimini contro l’umanità.

La Russia, la Cina e i governi delle potenze emergenti del Brasile, dell’India e del Sudafrica si sono tutti serviti della loro influenza all’interno del Consiglio di sicurezza per bloccare un’azione efficace contro la Siria, proprio mentre la massima autorità in materia di diritti umani delle Nazioni Unite denunciava i crimini che venivano commessi dal regime di al-Assad. Anche l’Arabia Saudita ha denunciato i crimini del governo siriano, mentre negava al proprio popolo il diritto di manifestare e dopo aver inviato, a marzo, truppe in Bahrein soltanto poche ore prima che le autorità bahrenite mettessero in atto una sanguinosa repressione. Nel complesso, si trattava di una storia tristemente nota, in cui governi di tutti gli schieramenti politici continuavano ad agire in maniera selettiva e, qualunque fosse la loro retorica, subordinavano i diritti umani a quelli che percepivano come i loro interessi di parte.

CONFLITTO E INTOLLERANZA DEL DISSENSO
Le rivolte che hanno dominato i titoli dei giornali per l’intero anno hanno messo in ombra altre problematiche profondamente radicate che continuavano a essere potenzialmente disastrose per i diritti umani nella regione del Medio Oriente e Africa del Nord, e non solo.

Israele ha mantenuto il proprio blocco su Gaza, prolungandone la crisi umanitaria, e ha continuato a espandere in maniera aggressiva i propri insediamenti nel territorio palestinese della Cisgiordania, che occupava dal 1967. Le due organizzazioni politiche dirigenti, Fatah e Hamas, nonostante un accordo di riconciliazione firmato a maggio, sono rimaste divise e hanno preso di mira i rispettivi sostenitori, mentre le forze israeliane e i gruppi armati palestinesi si attaccavano colpo su colpo a Gaza. Anche questa era una storia sin troppo triste e familiare che continuava a causare la perdita di un ingente numero di vite umane.

Il governo iraniano è divenuto sempre più isolato a livello internazionale e non ha tollerato alcun tipo di dissenso all’interno dei propri confini; i difensori dei diritti umani, gli attivisti per i diritti delle donne e delle minoranze sono stati tra le persone perseguitate. La pena di morte è stata impiegata su scala esponenziale, con il dichiarato scopo di punire i criminali ma anche di intimidire la popolazione. A livello globale, soltanto la Cina ha registrato un maggior numero di esecuzioni.

In un’altra area della regione, non era chiaro in quale modo il ritiro di tutte le forze militari statunitensi dall’Iraq avrebbe avuto un impatto sulla sicurezza del paese, dopo otto anni di conflitto. La questione dell’autodeterminazione del popolo del Sahara Occidentale continuava a rappresentare una piaga senza fine, che avvelenava le relazioni dei governi del Maghreb.

Nella regione hanno continuato a verificarsi violazioni dei diritti umani di altro genere che da un lato si sono rivelate decisive nella spinta delle rivolte popolari e delle proteste, ma dall’altro sono divenute ancor più gravi a causa delle reazioni dei governi. Detenzioni e arresti arbitrari, sparizioni forzate, tortura e altri maltrattamenti, processi iniqui e uccisioni illegali da parte delle forze di sicurezza sono rimasti una realtà comune e diffusa in tutta la regione. Quasi senza eccezione, i detentori del potere hanno consentito alle loro forze di uccidere e torturare nell’impunità. In Egitto, lo Scaf si è piegato alle richieste popolari e ha sciolto il servizio investigazioni della sicurezza di stato, tristemente noto per la tortura praticata sotto il governo di Hosni Mubarak. La tortura, tuttavia, non è cessata; l’esercito l’ha semplicemente rilevata, persino sottoponendo le donne che manifestavano a “test di verginità” forzati, mentre arrestava e processava migliaia di civili davanti a tribunali militari iniqui. Davanti alla repressione delle nuove autorità migliaia di egiziani hanno conservato la loro determinazione, continuando a chiedere cambiamenti sul piano politico, sociale e dei diritti umani.

DISCRIMINAZIONE
Nella regione, le persone hanno continuato a essere discriminate per motivi di genere, etnia, religione, origine nazionale e altri fattori, come l’orientamento sessuale. Il sentimento d’ingiustizia generato dalla discriminazione si è ampiamente riflesso nell’ondata di proteste, come quando gli apolidi bidun si sono uniti in Kuwait, per chiedere di essere riconosciuti come cittadini. Allo stesso tempo, i tumulti hanno anche acuito le divisioni. In Libia, sia i cittadini libici sia gli stranieri sono stati presi di mira dalle milizie a causa del colore della pelle. La complessità di diverse fedi e comunità all’interno della Siria ha aumentato i timori che il paese potesse piombare in una guerra civile di una durezza e di un odio paragonabili alla guerra che aveva dilaniato il Libano tra il 1975 e il 1990, un conflitto la cui eredità di sparizioni forzate e di sfiducia non è ancora stata affrontata. In Egitto, la discriminazione contro i copti è rimasta dilagante. In Iran, le minoranze religiose ed etniche hanno continuato a essere vittime di discriminazione nella legge e, nel caso della minoranza baha’i, di persecuzione.

I migranti, molti dei quali originari dell’Africa Subsahariana, sono stati tra le principali vittime del conflitto in Libia. Migliaia sono stati gli sfollati con la forza a causa degli scontri. Molti sono fuggiti in Egitto o in Tunisia ma altri sono rimasti intrappolati in Libia per settimane o mesi e sottoposti ad aggressioni razziste, spesso accusati di essere “mercenari” africani reclutati da al-Gaddafi. Alcuni che avevano raggiunto l’Egitto e la Tunisia, soprattutto eritrei e somali, non sono riusciti a far ritorno nei loro paesi d’origine per paura di persecuzione e, a fine anno, erano confinati in campi situati nel deserto in attesa di un reinsediamento in Europa o in altri paesi, dove avrebbero potuto essere al sicuro. Altri invece hanno perso la vita mentre cercavano di attraversare il mare per raggiungere l’Italia.

In tutta la regione, i lavoratori migranti provenienti da paesi poveri e in via di sviluppo sono stati vittime di abusi e di sfruttamento benché, come in diversi stati del Golfo, fossero linfa vitale dell’economia. Non sono stati adeguatamente tutelati, o non lo sono stati affatto, dalle legislazioni locali sull’impiego. Le lavoratrici domestiche hanno sofferto più di tutti a causa di queste leggi e troppo spesso sono state vittime di molteplici discriminazioni: in quanto donne, in quanto migranti e in quanto cittadine straniere, per le quali i rispettivi governi hanno mostrato scarso, se non alcun interesse.

PREOCCUPAZIONI ECONOMICHE – ALLOGGIO E SOSTENTAMENTO
A fine anno era ancora troppo presto per valutare in che modo la “rivoluzione del 25 gennaio” in Egitto avesse avuto qualche ripercussione, se non ottenuto qualche miglioramento, sulla vita dei milioni di abitanti poveri ed emarginati degli affollati insediamenti informali del paese. Molti abitavano in zone ufficialmente definite “insicure”, a causa di formazioni rocciose instabili o di altri pericoli, senza accesso ai servizi di base, come acqua potabile, servizi igenico-sanitari funzionanti ed elettricità; sotto costante rischio di sgomberi forzati senza adeguato preavviso o una qualche consultazione. Durante l’anno, sotto l’autorità dello Scaf, sono stati effettuati nuovi sgomberi forzati a Manshiyet Nasser, il caotico insediamento informale assimilabile a una baraccopoli, situato alla periferia del Cairo, dove nel 2008 oltre 100 abitanti rimasero uccisi da una frana, perpetuando una linea perseguita dal governo di Hosni Mubarak e rendendo altre famiglie senzatetto.

Anche le autorità israeliane hanno continuato a obbligare le persone a lasciare le loro abitazioni, sia abitanti palestinesi della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, sia israeliani arabi che abitavano in villaggi ufficialmente “non riconosciuti” nel Negev e in altre località, mentre proseguivano la loro politica di demolizione delle case e di altri edifici eretti senza permesso ufficiale, che loro stessi avevano negato. Di contro, migliaia di israeliani ebrei che abitavano in insediamenti illegalmente costruiti su terreni palestinesi hanno ricevuto ogni tipo di incoraggiamento per ampliare, sviluppare e consolidare ulteriormente gli insediamenti, sebbene questi fossero vietati dal diritto internazionale. Al contempo, il blocco di Israele sulla Striscia di Gaza ha continuato a soffocare l’economia locale e a prolungare quella che già era una deliberata crisi umanitaria, i cui effetti più pesanti hanno finito col gravare sulle persone maggiormente vulnerabili, come bambini, anziani e quanti necessitavano di cure mediche specialistiche non disponibili a Gaza. Il blocco si è configurato come una punizione collettiva nei confronti di 1,6 milioni di abitanti di Gaza, in violazione del diritto internazionale.

Quando il ventiquattrenne Mohamed Bouazizi si è dato fuoco il 17 dicembre 2010, nella cittadina tunisina di Sidi Bouzid, pochi potevano prevedere la forte ondata di proteste che avrebbe invaso la regione e il mutamento che il suo tragico e fatale atto avrebbe innescato. A un anno di distanza, l’impeto di euforia era tutto fuorché spento. I primi risultati delle rivolte popolari rimanevano in bilico e le lotte per il cambiamento in Siria, Yemen, Bahrein, Libia e altrove continuavano a imporre un elevato tributo in termini di vite e di gravi e diffuse violazioni dei diritti umani. Tuttavia, l’anno si è concluso con la sensazione tangibile che il vecchio ordine screditato fosse sul punto di essere consegnato alla storia, grazie ai coraggiosi e determinati sforzi della gente. Per le popolazioni della regione, la lunga marcia verso la libertà, la giustizia e i diritti umani per tutti era senza alcun dubbio iniziata.

 

Advertisements
Articolo precedente
Articolo successivo
I commenti sono chiusi.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: