La Russia e la Primavera Araba

Questo blog è nato con l’intenzione di fornire un piccolo contributo alla conoscenza di un mondo tanto vicino al nostro, ma altrettanto incompreso e misconosciuto. Un mondo, il Vicino Oriente, che vorrebbe parlarci, in un momento di storiche trasformazioni sociali, politiche e culturali. Un posto importante, in quel mondo, lo occupa la Siria, ormai da più di un anno teatro di una estesa rivolta popolare contro il regime del clan Assad, di una repressione senza eguali e di un’evoluzione verso la guerra civile, dove si fa sempre più sentire l’interferenza di agenti esterni. Purtroppo, nel nostro Paese il dibattito e la preliminare conoscenza sugli accadimenti siriani – almeno, nell’ambito della sinistra – sono stati letteralmente sequestrati da una forsennata campagna terroristica che ha voluto forzare la situazione nello schema del “complotto”, partendo dall’assunto che un regime “antimperialista” come quello siriano non poteva essere oggetto di una genuina contestazione popolare e che tutto dovesse essere ricondotto nel grand jeu delle potenze globali e regionali, così che chiunque volesse interrogarsi al di fuori di questo quadretto non potesse essere altro che un agente della CIA, del Mossad e/o delle petromonarchie del Golfo. Il risultato di questa azione irresponsabile ed immorale è stato quello di ridurre il confronto ad una continua battaglia per la delegittimazione di chi vuole capirci qualcosa e non si accontenta della facile propaganda da guerra fredda di una volta. 
Fortunatamente, qualcuno ha continuato a fornire materiali per l’informazione ed il dibattito, ed è arrivato il momento di concentrarsi su questi elementi, lasciando gli sciagurati sostenitori “antimperialisti” del regime di Assad al loro destino ed alle loro connivenze con l’estrema destra. Invitando a seguire il lavoro dei siti segnalati nei nostri link, riproduciamo un articolo tradotto e pubblicato da http://www.medarabnews.com, che investiga la natura della politica della Russia in relazione alle primavere arabe ed alla Siria. Buona lettura.

Original Version: روسيــا والـربـيـع الـعـربـــي
La diffidenza di fronte all’ascesa dell’Islam politico, il doloroso ricordo della disfatta in Afghanistan e delle guerre in Cecenia, e il timore che la crisi siriana venga sfruttata per rovesciare gli equilibri regionali sono alla base della posizione russa nei confronti delle rivolte arabe – scrive l’analista egiziano Mustafa el-Labbad

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Durante l’ultimo anno e mezzo, la Russia si è mantenuta scettica riguardo alla Primavera Araba e alle sue conseguenze politiche, e mentre nelle capitali occidentali ed in quelle arabe si organizzavano le celebrazioni, a Mosca si guardava quanto stava accadendo con sospetto. Nel commentare la posizione russa si è fatto riferimento sia ad un’ostilità ideologica, sia alla teoria del complotto ma, in entrambi i casi, non sono mai state individuate le chiavi di analisi per tale posizione; così, è stata fatta luce sull’insieme delle motivazioni, senza darne un chiarimento esauriente. Questo articolo cercherà dunque di illustrare le ragioni che hanno spinto la Russia ad assestarsi su questo scetticismo, dopodiché l’analisi tenterà di render conto dell’importanza che la Siria riveste per la Russia, ed infine proverà ad individuare i prossimi passi russi nell’affare siriano.
È evidente come esista un insieme di chiavi per comprendere la posizione russa rispetto alla Primavera Araba, la prima delle quali è che la caratteristica comune a tutti i cambiamenti verificatisi nei paesi arabi del Nord Africa, dal punto di vista russo, si è concretizzata in una sostituzione delle dittature “civili” – nonostante tutte le naturali differenze di fondo esistenti tra Ben Ali, Mubarak e Gheddafi – con dei movimenti d’ispirazione islamica. Gli sviluppi politici avvenuti nei tre paesi in questione, a partire dalla fine del 2010 fino ad oggi, hanno rafforzato questa valutazione. Perciò, Mosca non vede molte ragioni per festeggiare questo fenomeno. La seconda chiave va individuata nell’amara esperienza russa in Afghanistan che logorò l’Unione Sovietica accompagnandola funestamente fino alla tomba. A quel tempo venne organizzata un’alleanza regionale ed internazionale che abbracciasse i movimenti jihadisti, simile in una certa misura all’alleanza formatasi oggi per sostenere i risultati dei cambiamenti politici nei paesi della Primavera Araba, con la sola differenza che allora le capitali erano Islamabad e Riyadh, mentre oggi sono Istanbul e Doha. È sicuramente vero che il movimento jihadista all’opera in Afghanistan differiva intellettualmente dai movimenti politici emersi sulla scena politica in Tunisia, Egitto e Libia, tuttavia il legame degli Stati Uniti con il concerto regionale ed internazionale formatosi attorno alla Primavera Araba, rappresenta il comune denominatore tra il caso afghano e quanto accade oggi, anche dal punto di vista russo. Infine, la terza chiave per comprendere lo scetticismo russo verso la Primavera Araba è possibile riconoscerla nella paura di Mosca che gli effetti delle sollevazioni si estendano anche alla Cecenia, la cui popolazione è in maggioranza musulmana e che possiede un’importanza strategica di primo piano, dato che costituisce per la Russia l’unico passaggio per il Mar Caspio e le sue risorse. Questo fattore evoca un’altra dura esperienza per la Russia, la quale ha sempre ritenuto – e continua a farlo – che il movimento armato in Cecenia, contro il quale sono state condotte due guerre ufficiali e molte altre non dichiarate, non sarebbe mai stato in grado di organizzarsi senza un tale appoggio regionale ed internazionale.
Questi tre elementi rappresentano il terreno sul quale si sono fondati gli iniziali sospetti russi riguardo alla Primavera Araba, e se si aggiunge a queste considerazioni un quarto fattore, individuabile nell’estensione della mobilitazione popolare alla Siria, è possibile delineare tutte “le minacce ed i pericoli” che – secondo la prospettiva russa naturalmente – la Primavera Araba porta con sé. Un quinto elemento di comprensione della posizione russa è individuabile nella possibile omogeneità politica di un’estesa zona geografica su due continenti, dalla Tunisia alla Siria, qualora il movimento popolare in Siria giungesse agli stessi risultati osservati in Tunisia, Egitto e Libia; tutto ciò rappresenta una “partita importante”, e di nuovo tipo, sebbene simile alle guerre strategiche combattute fra la Gran Bretagna e la Russia zarista due secoli fa, e tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica durante la guerra fredda.
I timori della Russia rispetto ad un’estensione della Primavera Araba alla Siria sono accresciuti da alcune considerazioni specifiche che è necessario aggiungere alla situazione siriana rispetto a quella libica – ad esempio, il fatto che la natura geopolitica della Siria rischia di far dilagare quanto sta accadendo al suo interno al di là dei suoi delicati confini. Non ci sono infatti, come in Libia, ampie distese desertiche ad arginare le ripercussioni dei cambiamenti accorsi prima che sconfinino oltre le frontiere. È inutile dire che la Russia possiede, attraverso le sue relazioni con la Siria, la possibilità di influenzare gli equilibri delle potenze regionali, e questo inevitabilmente porta con sé anche il peso dei rapporti di forza internazionali. Le recenti relazioni tra Damasco e Mosca, in connessione con il fattore demografico in Israele (un quinto dei cittadini di questo paese hanno origini russe), rendono possibile a Mosca lanciare un’iniziativa di pace in più o meno qualsiasi momento, e prenotare un posto al tavolo dei negoziati. Parimenti la partecipazione della Russia nella lotta alla pirateria nel Mar Rosso è impensabile senza le sua basi di rifornimento e logistica sulla costa siriana. Sulla base di questi fattori, la Siria rappresenta per la Russia un’eccellente porta attraverso la quale Mosca può soddisfare le sue necessità di attore internazionale, nel suo attivo e continuo sforzo di proporsi come punto di riferimento mondiale.
Con l’evolvere della mobilitazione popolare in Siria a discapito degli interessi del regime, e parallelamente, con una totale indisponibilità di quest’ultimo ad accettare una soluzione politica, ed il suo continuo ricorso alla soluzione securitaria, Mosca è stata costretta ad intervenire per scongiurare una mobilitazione internazionale presso il Consiglio di Sicurezza e sbarrare la strada alla promulgazione di qualsiasi risoluzione contro il regime di Damasco. E se l’intervento di Mosca ha provocato la collera di molti a livello regionale ed internazionale, tuttavia esso ha fatto emergere le sue capacità e l’ha resa un obiettivo ambito dalle capitali più interessate che cercano di attirarsene le simpatie.
Le voci circa la possibilità di “venire a patti” con Mosca sono tornate a dominare i commenti degli osservatori arabi, sebbene questi ultimi non siano riusciti a determinare il prezzo che la Russia vuole per “mollare” la Siria. E quale sarebbe, poi, la sua natura o la sua entità?
Pochi giorni fa, cosciente delle considerazioni e degli interrogativi appena menzionati, ho assistito ad un seminario sulla Primavera Araba svoltosi nella capitale russa, al quale hanno partecipato orientalisti, diplomatici e politici russi di alto livello. Il risultato delle discussioni ha mostrato come l’interrogativo sopramenzionato fosse in realtà fuori luogo e riflettesse una certa miopia nella comprensione della politica russa, senza menzionare l’importanza della Siria nel generale contesto russo di recupero della propria posizione internazionale. La Russia non può perseverare nelle stesse posizioni e adottare la stessa condotta politica per ostacolare gli sforzi del concerto regionale ed internazionale a lei avverso nel Consiglio di sicurezza in assenza di un orizzonte politico, soprattutto man mano che la situazione sul terreno si deteriora, preannunciando tragedie che probabilmente valicheranno i confini politici della Siria. Per questo appare logico che la Russia si muova sulla strada di una soluzione politica da lei patrocinata, così da evitare alla Siria un attacco militare o una frammentazione geografica e confessionale, che rappresenterebbe un disastro per la regione in ogni caso. Dopo aver ascoltato gli interventi e le analisi della pacato, intelligente e distaccato linguaggio diplomatico è verosimile che la Russia – che ha invocato pochi giorni fa l’organizzazione di una conferenza internazionale sulla Siria che comprenda i più importanti attori regionali ed internazionali (un’iniziativa che non ha ricevuto un’appropriata attenzione mediatica e politica) – si incammini verso una soluzione che preservi la Siria da un attacco militare e dalla divisione, che allo stesso tempo renda al popolo siriano il suo diritto alla libertà e alla dignità, e che assicuri un processo politico di transizione pacifica del potere con garanzie internazionali.
In questo caso – preservando la “Siria del dopo crisi” le linee essenziali della sua politica regionale – la Russia avrebbe impedito al concerto internazionale a lei ostile di raccogliere i propri frutti politici, impedendo che si estenda alla Siria la caratteristica fondamentale comune al cambiamento nei paesi della Primavera Araba, ovvero la sostituzione di dittature “civili” con movimenti simili ideologicamente. Affinché un tale scenario abbia successo, è necessario che due condizioni si concretizzino, una a livello regionale e l’altra a livello internazionale: la prima è un totale cambiamento del percorso che la Primavera Araba ha seguito nell’ultimo anno e mezzo, verso una nuova direzione che riconosca il diritto di tutti i popoli alla libertà e alla dignità, senza però sconvolgere gli attuali assetti regionali ed internazionali. Il secondo presupposto, internazionale, riflette il chiaro sforzo della Russia volto a sfidare l’esistente unilateralismo del sistema internazionale e la sua attuale composizione. Naturalmente una tale soluzione e/o scenario dovrà fare i conti con seri e molteplici ostacoli frapposti dagli attori coinvolti, ma la Russia sembra quantomeno poter diventare, nel breve termine, la “madrina” della soluzione in Siria, all’interno del contesto e delle implicazioni precedentemente illustrate.

Mustafa el- Labbad è un analista politico egiziano, esperto di questioni iraniane; é direttore dell’Al-Sharq Center for Regional and Strategic Studies, con sede al Cairo

(Traduzione di Francesco Saverio Leopardi)

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