Il rivoluzionario ‘sorridente’: Razan Ghazzawi insignita del Front Line Defenders Award 2012

Un premio al popolo siriano, che resiste, spera e sorride: “Sono onorata d’essere stata scelta personalmente per questo riconoscimento ma, a dire il vero, non credo di meritarmi una simile onoreficenza. Lo vedo come un premio a Bassel Shehada, Mazhar Tayyara, Ghaith Matar, Bassel al-Sayed e a tutti quei citizen journalist morti nel tentativo di dire al mondo quello che sta accadendo in Siria, mentre i media tradizionali non sono riusciti a farlo”.

di Marta Ghezzi da Amman

Da http://www.osservatorioiraq.it 

“Io non ho mai corso nessun rischio serio, non sono stata torturata a morte come l’attivista Ammar Mousa Hassan o il fotogiornalista Ferzat Jabran, non sono stata colpita da un cecchino mentre andavo in ospedale per donare sangue come il cittadino Abdalla Hussein Hoswah. Io sono qui, a casa, davanti al mio schermo e scrivo queste parole per voi”.

“Questo premio va al meraviglioso popolo siriano, al rivoluzionario senza voce, all’attivista sconosciuto, alle centinaia di famiglie dei martiri, dei feriti, dei detenuti, va a Mazen Darwich, a Hussein Ghrer, ad Abdel Rahman Hmada, a Hani Zetani e a Mansour al-Omari, miei colleghi presso il Syrian Centre for Media and Freedom of Expression, ancora in carcere dal 16 febbraio scorso”.

Questo in sintesi il discorso di Razan Ghazzawi, insignita del Front Line Defenders Award 2012 lo scorso 8 giugno a Dublino.

A leggerlo per lei il collega e amico Dishad Othman, essendo Razan impossibilitata a partecipare alla cerimonia di consegna dell’onoreficenza.

Sulla testa di Razan, blogger e attivista siriana della prima ora, pende ancora un processo davanti al tribunale militare per possesso di materiale proibito con l’intenzione di diffusione.

In poche parole, quello che le autorità siriane muovono contro Razan, è un processo alla sua figura pubblica, contro il suo blog e il suo account twitter (@redrazan), contro la sua volontà di informare e di rimanere “una finestra aperta attraverso al quale poter vedere i terribili crimini che ogni giorno vengono commessi”, come l’ha definita durante la cerimonia a Dublino Aryeh Neier, tra i cofondatori di Human Rights Watch.

Una finestra che il regime siriano ha provato più volte a chiudere.

La prima volta nel dicembre 2011, al confine con la Giordania: Razan Ghazzawi, tra gli invitati alla conferenza sulla libertà di stampa nel mondo arabo ad Amman, è stata fermata dalle autorità siriane, incarcerata e rilasciata due settimane dopo.

La seconda volta lo scorso febbraio: uomini dei servizi segreti siriani hanno fatto irruzione nella sede del Syrian Centre for Media and Freedom of Expression, arrestando tutti i presenti.

Assieme a Razan, altre 12 persone sono finite in galera, 8 delle quali sono tuttora detenute in attesa di processo.

“Cosa posso fare di più? E quali sono gli ostacoli che mi impediscono di fare di più?”

“Posso scrivere di quegli straordinari rivoluzionari che hanno lasciato le loro famiglie e i loro figli e che stanno vivendo esclusivamente per la rivoluzione. Li puoi vedere scherzare e ridere durante le manifestazioni, alcuni sono stati in carcere, torturati, stai lì e ascolti mentre ti parlano della loro esperienza in galera, e sai che quello che hai vissuto tu in prigione non è nulla in confronto a quello che hanno passato loro, questi attivisti sconosciuti, che non hanno un account facebook o twitter, ma che sono quelli che davvero possono ispirarti e farti credere, veramente, che si sia ancora speranza”.

“Posso scrivere di questa attivista che ho incontrato nella prigione di Adra, torturata per l’ennesima volta”.

Non sorrideva mentre mi diceva “mi fa male dappertutto”, ma i suoi occhi brillavano, il suo corpo era debole ma si capiva che non avrebbe ceduto al dolore.

Quel dolore fisico che non ho mai provato non indebolirà il suo spirito rivoluzionario. E io resto senza parole.

“Posso scrivere di quei giovani rivoluzionari che si incontrano attorno ad una bottiglia di Arak da due dollari, ridendo e ubriacandosi, dopo ore passate a raccontarsi di come sono scampati alla sparatoria dell’altro giorno alla periferia di Damasco, di come hanno incontrato quel tizio simpatico di lì che mentre correvano, diceva loro ‘vediamo chi arriva prima a quel palazzo laggiù’ e i ragazzi riuscivano a dimenticarsi delle pallottole che volavano dietro di loro per concentrarsi solo sul palazzo, per arrivarci e nascondercisi, come se fosse solo una corsa”.

“Posso scrivere del rapporto tra il detenuto e la guardia che gli passa il cibo tre volte al giorno. Di come si costruisce nel tempo un senso di fiducia e rispetto. Ne avrei così tanto, da scrivere su questo argomento, ma non posso, per il bene degli agenti stessi”.

“Posso scrivere di quel cecchino che alla periferia di Damasco spara tutti i giorni alla stessa ora, per far capire alla gente che lo fa per dovere. E per avvisare tutti di non uscire di casa. Lo chiamano ‘il cecchino misericordioso'”.

“E va bene se non sai niente di tutte queste persone meravigliose, di tutti questi bei momenti, solo sappi che non è così orribile qui, che c’è ancora vita e speranza. Sempre”.

“Dedico questo post al rivoluzionario sorridente. Il tuo sorriso fa miracoli nel mio mondo”.

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