I palestinesi di fronte alla rivoluzione siriana

L’analista palestinese Majid Kiyali prende in esame la complessa e difficile situazione delle diverse fazioni palestinesi di fronte alla rivolta siriana, e le differenti posizioni politiche da esse adottate

Da www.medarabnews.com

Sin dall’inizio sono state riscontrate difficoltà nell’individuare una posizione palestinese riguardo alla rivoluzione siriana – e si intende qui la collocazione dal punto di vista politico, ed in minor misura morale, senza emettere alcun giudizio sulla loro partecipazione alle varie attività concrete della sollevazione popolare.
Lo scoppio della rivoluzione popolare in Siria ha rappresentato per le fazioni politiche palestinesi una certa sorpresa, come anche per tutti i profughi palestinesi che vivono in mezzo al popolo siriano da più di sessant’anni.
La dirigenza ufficiale ad esempio – dell’OLP, dell’Autorità Palestinese, e di Fatah – aveva assunto una posizione cauta e fredda rispetto alle rivoluzioni in Tunisia, Egitto, Yemen e Libia, in linea con i regimi arabi, e considerando le precedenti amare esperienze, ha mantenuto lo stesso approccio per quanto riguarda la rivoluzione in Siria. E questo nonostante le non troppo buone relazioni tra la dirigenza palestinese e il regime siriano a causa dell’opposizione di quest’ultimo alle politiche dell’ANP e del suo sostegno all’opposizione palestinese, e malgrado il ben noto disprezzo che Fatah nutre nei confronti del regime al potere in Siria.
Le fazioni della sinistra palestinese non si sono trovate in una migliore posizione, nonostante abbiano sempre condotto un doppio gioco, mantenendosi da un lato in accordo con il regime giudicando quanto accade in Siria come un mero complotto ed un’ingerenza straniera, e dall’altro andando incontro alle rivendicazioni del popolo in termini di libertà, democrazia e giustizia sociale.
Per quanto concerne invece i partiti palestinesi presenti esclusivamente in Siria, essi si sono trovati ad affrontare una difficile sfida rispetto alla possibilità di un cambiamento nella situazione attuale del paese, in contrasto con la dirigenza dell’OLP e dell’ANP; anche perché tali partiti si trovano in debito – per la loro esistenza, le loro posizioni, e addirittura per la loro legittimità – con il regime siriano. In particolar modo, da tempo, queste fazioni non hanno più ricoperto alcun ruolo nell’affrontare il nemico israeliano, né hanno più avuto una posizione di peso presso il popolo palestinese, ed allo stesso modo non rappresentano un modello da seguire sotto nessun punto di vista. Forse in questa situazione, è cresciuta la convinzione presso alcune di queste fazioni, che il loro destino sia strettamente legato a quello del regime siriano, il che spiegherebbe le loro posizioni e i loro atteggiamenti pieni di tensione – tra cui i tentativi di coinvolgere i campi profughi in ciò che accade, in una maniera o nell’altra.
Benché Hamas sia apparso come il partito più attivo e coraggioso nell’appoggiare la primavera araba, vedendo in essa un’insperata occasione per rafforzare la propria legittimità presso il popolo palestinese ed arabo (soprattutto tenendo conto della brillante ascesa delle correnti islamiste in queste rivoluzioni), tuttavia il partito islamico palestinese si è trovato in una posizione di imbarazzo riguardo alla rivoluzione siriana. Forse è possibile spiegare tale indecisione considerando il fatto che la Siria ha garantito ad Hamas, oltre che un rifugio, una forza politica aggiuntiva a sua volta parte della potenza regionale conosciuta come “l’asse Tehran – Damasco – Hezbollah – Hamas”. Il movimento di resistenza islamica ha però risolto la questione dopo poco, ritirando la propria leadership dalla Siria, e spostandone le sedi da Damasco al Cairo ed in Qatar – il tutto in sordina, senza fare annunci, in quella che è sembrata anche una sorta di uscita dal sopracitato asse. Ciò è vero a maggior ragione, considerando i cambiamenti che Hamas ha manifestato riguardo alla riconciliazione palestinese, all’adozione del metodo della resistenza popolare e all’accettazione della soluzione dei due stati. Tali cambiamenti sono stati possibili perché Hamas si è adattato alle posizioni arabe ed internazionali al fine di lanciarsi in prima linea sulla futura scena palestinese.
Certamente le entità politiche palestinesi in Siria si sono indebolite in considerazione della lontananza dalla loro terra e delle loro controversie interne, il che ha contribuito alla mancata definizione di un approccio palestinese – politico e morale – chiaro di fronte alla rivoluzione siriana, benché siano comunque riscontrabili altre ragioni. In realtà la rivoluzione palestinese non è più tale da molto tempo (e questo riguarda tutte le fazioni), ed essa è sopravvissuta trasformandosi in un regime, alla stregua degli altri regimi arabi. Tale trasformazione l’ha di conseguenza condotta verso il distacco e lo scetticismo nei riguardi delle mobilitazioni popolari.
Inoltre, l’assenza di partiti politici in Siria, a causa del monopolio esercitato dal regime sulla politica siriana, e del suo totale controllo su ogni aspetto della vita del paese, ha influenzato negativamente la stessa rivoluzione siriana e la percezione che gli altri hanno di tale rivoluzione e della legittimità delle sue rivendicazioni.
Dal punto di vista sociale, fuori dalle strutture partitiche, i Palestinesi-Siriani (ovvero i rifugiati) si trovano in una situazione difficile, complicata ed estremamente stressante. Non esiste un consenso nazionale tra le loro rappresentanze per quanto concerne gli attuali accadimenti siriani, e questa è per loro la prima esperienza nella quale hanno a che fare con agitazioni politiche nel paese in cui vivono da svariati decenni: un tale stato di cose non è affatto familiare per i profughi palestinesi in Siria, soprattutto se comparato con la situazione di altri rifugiati che si trovano in altri stati. Sicuramente la difficile esperienza dei profughi in paesi come il Libano, l’Iraq o la Giordania pesa sul loro immaginario, rafforzando i timori di chi ora si trova in Siria.
Questi profughi sono stabilmente presenti nel paese da tempo, hanno vissuto e sofferto assieme ai siriani le privazioni, le ingiustizie e le violazioni dei loro diritti e delle loro libertà: il palestinese si è sempre trovato nella stessa situazione del siriano, sotto ogni aspetto ( o quasi). I dolori e le speranze hanno unito palestinesi e siriani, come fossero un solo popolo, divisi solamente dalla carta d’identità di coloro che sono “rifugiati residenti”. Tuttavia ciò non si è tradotto in una partecipazione dei campi profughi alla rivoluzione siriana, malgrado tutto quello che hanno subito e tutti gli orrori che continuano a vivere. Forse il vissuto dei palestinesi li ha resi coscienti della loro posizione, e così essi non si sono fatti più illudere dalle pretese che li vedono come un’avanguardia e un focolaio della rivoluzione; e forse, più maturi nella loro coscienza nazionale, hanno inteso quanto accade in Siria come una questione che concerne esclusivamente i siriani. Ma tutto ciò si lega anche al crollo di un altro mito, che ha messo in evidenza che la Palestina non rappresenta “la causa centrale della comunità araba”. Quest’ultima è emersa come una mera pretesa, sfruttata per insediare l’Autorità Palestinese ed il suo controllo sul paese e sulle persone; così come è emerso che non esistono paesi liberi senza cittadini liberi.
In verità, i nobili e coraggiosi siriani, malgrado i sacrifici che stanno sostenendo, sono stati molto generosi, non chiedendo mai ai profughi alcun tipo di contributo alla loro rivoluzione, mostrando di capire la loro posizione e forse di riconoscerne le sofferenze, o di voler evitare loro ogni violenza alla quale avrebbero potuto essere esposti. Tutto ciò deriva dalla certezza che non è assolutamente necessario verificare quanto i palestinesi perseguano la libertà, la dignità e la giustizia poiché, come i siriani, essi da sempre aspirano a questi diritti.
Nonostante questo, nel tumulto della rivoluzione, sono stati molti i palestinesi uccisi, arrestati, torturati e rapiti perché si trovavano vicino alle zone più calde: la tirannia e la furia omicida non fanno distinzioni. Contemporaneamente vi sono palestinesi vittime di tutto ciò, poiché hanno fatto la personale scelta di sostenere la giusta rivoluzione siriana: vi sono medici che hanno aiutato a curare i feriti, case nei campi profughi che hanno ospitato chi fuggiva, e famiglie che hanno condiviso il pane con i propri vicini; vi sono cuori che hanno tremato di paura per gli amici, ed occhi che hanno pianto i siriani come non hanno fatto per i palestinesi. Così in questa rivoluzione è andato formandosi un ruolo palestinese che fa della Palestina, non solo un pezzo di terra, ma un simbolo di libertà e dignità.
Majid Kiyali è uno scrittore e ricercatore palestinese

(Traduzione di Francesco Saverio Leopardi)

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