UNA PICCOLA STORIA IGNOBILE: IL SILENZIO SUI RIFUGIATI PALESTINESI IN SIRIA

La Palestina non potrà mai essere libera mentre il popolo arabo vive sotto regimi repressivi e reazionari. La strada per una Palestina libera passa per una libera Siria, nella quale i Siriani vivano nella dignità.
(Dichiarazione del dicembre 2011 sottoscritta da decine di attivisti e bloggers palestinesi, fra cui Ali Abunimah, Asmaa Al Ghoul, Budour Hasan, Huwaida Arraf, Mira Nabulsi, Nadine Darwish)

Di Germano Monti

Nella tragedia che si sta consumando da quasi due anni in Siria, esiste un elemento che viene ostinatamente taciuto dall’informazione mainstream ed anche da quella “alternativa”: la situazione dei rifugiati palestinesi, che in Siria sono circa mezzo milione, fra quelli ufficialmente registrati dall’UNRWA e quelli de facto. Anche l’interesse del mondo della solidarietà internazionalista, che dovrebbe rivolgersi alla realtà sul campo dei rifugiati palestinesi in Siria, mantiene su questa realtà il più rigoroso silenzio. Salvo rarissime eccezioni, i comitati e le associazioni di solidarietà con il popolo palestinese, così come i principali siti di informazione sulla Palestina, omettono sistematicamente persino di informare su quello che avviene.
Già nell’agosto 2011, quando la rivolta siriana non aveva ancora intrapreso la via della lotta armata, il campo palestinese della città portuale di Latakia era stato oggetto di un brutale attacco da parte dei militari siriani, che lo colpirono con l’artiglieria da terra e dal mare, costringendo alla fuga migliaia di rifugiati. L’analista palestinese Budour Assan scrisse che “sin da febbraio nel campo di Yarmouk si sono tenute proteste in solidarietà con le città siriane assediate (…) il campo ha partecipato allo sciopero generale di Damasco il 29 maggio 2012. Le proteste non sono state attaccate dalle forze di sicurezza siriane, ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata il rapimento e l’uccisione di 13 palestinesi combattenti dell’Esercito di Liberazione Palestinese del campo profughi di Nayrab ad Aleppo. Anche se l’identità degli assassini è sconosciuta, le uccisioni hanno scatenato una protesta di grandi dimensioni a Yarmouk il 12 luglio, e una protesta ancora più grande il giorno successivo. Slogan come “Dio benedica l’Esercito Siriano Libero”, “Dalla Siria alla Palestina, un solo popolo” e “Viva la Siria, abbasso Assad” sono echeggiati nelle strade del campo. L’esercito siriano ha aperto il fuoco contro i manifestanti e per la prima volta sono scoppiati scontri tra l’esercito del regime e il Free Syrian Army all’interno del campo, segnando un significativo punto di svolta. Il Comitato di Coordinamento Locale del campo di Yarmouk ha fatto appello per proteste di massa e per uno sciopero generale per protestare contro le uccisioni. Jihad Makdissi, il portavoce del ministero degli Esteri siriano, ha descritto i Palestinesi in Siria come “ospiti” e cinicamente detto loro di lasciare la Siria per una delle democrazie arabe“.
Di tutto questo, sui media importanti e sui siti “pro Palestina” italiani non si è proferito parola, così come sui successivi massacri – sempre da parte delle truppe e dei miliziani di Assad – di Palestinesi nel campo di Yarmouk ed in altri campi palestinesi in Siria, come quelli di Daraa e di Hoseineh. Ad oggi, i Palestinesi assassinati dall’esercito e dai miliziani shabiha di Assad sono più di 500, il triplo dei Palestinesi assassinati dall’esercito e dai coloni israeliani nello stesso arco di tempo.

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Per le organizzazioni italiane che si dichiarano solidali con i Palestinesi, i rifugiati in Siria non esistono o sono Palestinesi di serie B. La loro colpa? Il loro mancato appoggio al regime “antimperialista” del clan Assad. L’omertà nei confronti del dramma dei rifugiati palestinesi in Siria è la conseguenza diretta della sovrapposizione di un pre-giudizio ideologico rispetto alla realtà.
Alcune organizzazioni “antimperialiste” e le loro aree di riferimento hanno fatto dell’agitazione dello spettro di una nuova guerra di aggressione da parte della NATO e dei suoi alleati l’asse portante della loro iniziativa politica, anche a costo di negare l’evidenza. Poiché queste organizzazioni negli ultimi anni hanno costruito gran parte della loro credibilità sul sostegno alla resistenza palestinese, ora che si manifestano come supporters del regime baathista si troverebbero in difficoltà nello spiegare come si possa coniugare il sostegno al popolo palestinese con quello ad un regime che massacra i Palestinesi come e più dei sionisti. Non è solo la parte sedicente “antimperialista” del movimento a stendere un velo di omertà sulla tragedia dei rifugiati palestinesi in Siria.
Anche alcuni settori pacifisti, un tempo in forte polemica con gli “antimperialisti”, ora colludono con loro nel silenzio e nella disinformazione. Questi settori condividono il timore di una guerra estesa e devastante in tutto il Medio Oriente, voluta e fomentata dalla NATO e dalle petromonarchie del Golfo, che avrebbero inviato in Siria decine di migliaia di jihadisti e di militanti di Al Qaeda, oltre ad armi, munizioni, ecc. Dunque, il solo obiettivo è quello di opporsi a questa guerra, ed il fatto che in quasi due anni non sia scoppiata alcuna guerra e che la NATO e le potenze europee abbiano ripetutamente manifestato la propria indisponibilità ad avventure armate, non sembra indurre alcun dubbio sulla fondatezza dell’analisi.
Altro timore di pacifisti ed antimperialisti: l’affermazione nel mondo arabo del cosiddetto “Islam politico”, ritenuto reazionario, liberista e subordinato all’egemonia statunitense, NATO, petromonarchie, ecc. Questo timore, però, non sembra riguardare i Talebani afghani, che – almeno per gli antimperialisti – sono la “resistenza afghana”.
La vera discriminante, dunque, è costituita dal “campo” (reale o immaginario) in cui vengono a trovarsi gli attori: se sono nel “campo” presuntamente avverso agli USA, all’UE, ad Israele ed ai loro alleati, svolgono una funzione positiva, indipendentemente dalla loro dimensione politica, che può benissimo essere anche quella del peggiore oscurantismo, come dimostra proprio il caso dei Talebani. Se, al contrario, a rivoltarsi è un popolo oppresso da un regime presuntamente “antimperialista” (ed è il caso siriano) quei rivoltosi non possono che essere burattini nelle mani del “nemico imperialista”, senza alcuna differenza fra islamici, liberali, progressisti o marxisti. In ultima analisi, questa attitudine non è altro che la conferma dell’assioma secondo il quale la Storia non si ripete, ma offre caricature di quanto avvenuto in precedenza: in questo caso, assistiamo alla caricatura grottesca del filo-sovietismo del secolo scorso, con l’immagine della Russia e dei suoi alleati oniricamente sovrapposta a quella dell’URSS e del “campo socialista”.
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“Antimperialisti” e “pacifisti” sono accomunati dal medesimo orientamento, per cui i Palestinesi rifugiati in Siria e massacrati dal regime sono stati cancellati dall’agenda e dalla coscienza degli attivisti italiani per la Palestina. In questo contesto, è maturata la collaborazione di alcuni con il network fascista e catto-integralista che costituisce il più saldo – oltre che naturale – interlocutore europeo del regime di Damasco. La saldatura fra “antimperialisti”, “pacifisti” e neofascisti si è mostrata in decine di manifestazioni pubbliche, convegni e interventi sulla rete.
Ma nemmeno l’osceno connubio con i fascisti ha provocato un sussulto di indignazione. In molti attivisti di lungo corso prevale una sorta di consuetudine abitudinaria, che porta a chiudere gli occhi e ad andare avanti come se niente fosse cambiato. Questi attivisti si sono rifugiati in una dimensione autoconsolatoria, nascondendo la testa sotto la sabbia e proseguendo nella routine di convegni autoreferenziali, manifestazioni liturgiche e pellegrinaggi rituali: la paura di lacerazioni nel movimento di solidarietà con il popolo palestinese ha impedito di prendere atto che la lacerazione è già avvenuta, e non potrebbe essere più profonda, perché il silenzio e l’equidistanza fra la lotta di liberazione di un popolo ed i suoi oppressori sono criminali tanto quanto la complicità esplicita con l’oppressore. E’ bene che nessuno si faccia illusioni: chi gira la testa dall’altra parte, o la nasconde sotto la sabbia, prima o poi sarà chiamato a rendere conto – oltre che della sua inconsistenza politica – della propria miseria morale.
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Fortunatamente, la realtà sin qui delineata non rappresenta lo scenario italiano nella sua completezza. Sia sul versante antimperialista (e questa volta senza virgolette), sia su quello del pacifismo, gran parte degli attivisti pro-Palestina e internazionalisti hanno problematizzato la vicenda siriana e quella delle primavere arabe, piuttosto che rimuoverle e/o incasellarle in schemi arbitrariamente precostituiti, anche mettendo in campo iniziative sulle vicende siriane e dei Palestinesi in Siria. Molti attivisti hanno avuto il coraggio e l’intelligenza politica di misurarsi con la nuova fase storica senza rinunciare ad un’analisi marxista e dinamica, sottraendosi sia alla trappola del “campismo” e della geopolitica da Bar Sport che caratterizzano gli “antimperialisti”, sia al pacifismo isterico di chi, paventando una guerra tanto catastrofica quanto ipotetica, ignora vilmente la realtà dei massacri che avvengono sul serio.
Tuttavia, è innegabile che il silenzio sulla sorte dei Palestinesi in Siria sia rotto solo da poche e deboli voci, e che la solidarietà sia limitata ad iniziative di carattere umanitario, prive dello spessore politico necessario per la crescita di un vero movimento di solidarietà. La questione è se queste deboli voci riusciranno a trasformarsi in discorso compiuto ed in proposta politica, assumendo i diritti umani e politici del popolo siriano e dei popoli arabi come elemento fondante e non negoziabile dell’iniziativa.

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