Siria. La nuova diaspora dei rifugiati palestinesi

Da www.osservatorioiraq.it

Un rapporto della PAHRW rivela le condizioni dei rifugiati palestinesi in Siria, in fuga a causa del conflitto e diretti verso paesi che non li vogliono. Profughi due volte, costretti a una nuova diaspora.

di Cecilia Dalla Negra

1.837 famiglie, per un totale di 8 mila persone, di cui oltre 3 mila bambini: sono questi i numeri che descrivono la nuova diaspora dei rifugiati palestinesi costretti a fuggire dalla Siria a causa dell’intensificarsi della crisi, e diretti in Libano.
Rifugiati da sempre, oggi doppiamente profughi, lasciano i campi dove sono nati e cresciuti per raggiungere la Giordania, la Turchia, il Libano, in cerca di un posto più sicuro in cui stare.
Ed è in Libano che si è svolta la ricerca sul campo della Palestinian Association for Human Rights ‘Witness’ (PAHRW) che avverte: la situazione è esplosiva e il numero di chi è in fuga “destinato ad aumentare”.
Svolta con il patrocinio dell’Unicef, la ricerca ha raccolto le testimonianze dei rifugiati palestinesi arrivati in Libano fino al 3 settembre scorso. Un lavoro che è stato reso possibile grazie alla collaborazione di diverse Ong e dei Comitati popolari dei campi libanesi, che da mesi, insieme all’Unrwa, forniscono assistenza diretta a queste famiglie.
Un lavoro prezioso ma insufficiente: se è difficile immaginare luoghi come Shatila, Nahr-el Bared o Burj el-Barajneh affollati da più persone di quante già non ne ospitino, è quasi impossibile credere che le strutture dell’Unrwa – l’unica a fornire assistenza sanitaria e scolastica ai rifugiati palestinesi in Libano – siano in grado di accogliere anche questa nuova, pressante domanda.

LA SITUAZIONE IN SIRIA

I rifugiati palestinesi sono presenti in Siria dal 1948. Arrivati in seguito alla ‘Nakba’, si tratta secondo le stime dell’Unrwa di circa 500 mila persone, dislocate in 9 campi profughi ufficiali e 3 campi non ufficiali.
I maggiori, e più noti, sono quelli di Yarmouk e Tadamon, a Damasco, e quelli nelle aree di Dara’a e Homs. In base alla legge 256 del 1956 è riconosciuta loro – a differenza che in Libano – la cittadinanza e, di conseguenza, quasi gli stessi diritti civili dei siriani. Ma non quelli politici.
Nonostante il loro tentativo di mantenere una posizione neutrale nella prima fase degli scontri, il conflitto ha finito per entrare anche dentro i campi: in quello di Yarmouk, in particolare – che, come accade anche a Shatila, in Libano, ha finito per accogliere anche strati poveri della popolazione siriana – in cui sono scoppiati violenti scontri nel luglio scorso, e che è stato in seguito assediato dall’esercito siriano.
Secondo il rapporto, le vittime palestinesi dallo scoppio della crisi sarebbero oltre 400. Che, nel corso dell’estate appena passata, hanno iniziato a lasciare il paese.
Tra le cause di questa nuova diaspora il deterioramento delle condizioni di sicurezza e il venir meno delle condizioni minime di sopravvivenza, oltre alla crescente mancanza di lavoro. Tra le destinazioni, invece, i paesi più vicini ai confini siriani, o quelli in cui si registra la presenza stabile di altri rifugiati del ’48: la Giordania e, naturalmente, il Libano.
Non viene specificato in quali casi, ma il documento sottolinea che spesso i palestinesi in fuga sono stati respinti a causa della loro condizione di ‘rifugiati’, nel tentativo di evitare il rischio, sempre presente, di una ‘naturalizzazione’ necessaria.
Una condizione unica al mondo la loro, resi rifugiati dalla storia, nel ’48, oggi rifugiati per nascita, dopo 60 anni di diritto al ritorno alla loro terra negato, costretti in un limbo legislativo che in alcuni paesi tocca il paradosso.
Come il Libano: dove per loro non c’è cittadinanza, non ci sono diritti riconosciuti, non c’è possibilità di svolgere oltre 70 professioni ne’ di lasciare i campi in cui sono confinati.

DALLA SIRIA AL LIBANO: UNA NUOVA DIASPORA

Sono stime approssimative, impossibili da verificare “scientificamente”, avvertono al Pahrw. Ma fino al settembre scorso, in Libano, sono arrivati in almeno 8 mila.
Persone che hanno abbandonato tutto quanto erano riuscite a costruire in condizioni già precarie, nei campi profughi da cui sono state costrette a fuggire. Accolte quando possibile da familiari o conoscenti già ridotti a dividere spazi angusti, in stabili degradati e insani.
Dai campi di Yarmouk, Assayda Zeianb e al-Hajar al-Aswad, in Siria, si sono spostate a Shatila (858), Ein el- Hilweh (1.275), Beddawi (700) o Wadi el-Zeineh (624).
Una migrazione di massa resa possibile anche dalla riduzione delle tasse per i visti e dall’emissione di un protocollo emergenziale da parte del governo, che permette la permanenza nel paese senza incorrere in persecuzioni o deportazione per due settimane, oltre le quali si è considerati ‘illegali’.
Nonostante il ministro degli Affari Sociali, Wael Abu Faour, abbia fatto presente alle Nazioni Unite la gravità della situazione, assicurando la collaborazione del governo libanese con l’Unrwa, il rapporto sottolinea che “il governo non ha fornito alcun tipo di assistenza sociale ai rifugiati”. Il 90% delle persone ascoltate ha dichiarato di non aver ricevuto nessuna assistenza legale.
La situazione si sta aggravando, e l’Unrwa al momento può solo garantire assistenza medica nelle sue strutture, e accoglienza scolastica per i bambini: che sono però circa il 45% del totale dei profughi.
Fondi insufficienti, scarsità di insegnanti siriani e percorsi scolastici diversi sono solo alcune delle difficoltà che l’organizzazione è costretta ad affrontare. Per questo ha rivolto un appello urgente alla Comunità internazionale, perché non la lasci sola a fronteggiare la crisi.
Un allarme che viene rilanciato anche dal rapporto, e che invita in modo particolare le autorità libanesi “a comportarsi in accordo con il diritto umanitario vigente” nell’accogliere chi, oggi, è costretto a questa nuova diaspora.

DALLA SIRIA ALLA GIORDANIA: DISCRIMINAZIONI AL CONFINE

Già nel luglio scorso era stato un altro rapporto, questa volta dell’organizzazione Human Rights Watch (HRW), a denunciare casi di discriminazione nei confronti dei palestinesi in fuga dalla Siria al confine con la Giordania.
Mentre i cittadini siriani venivano accolti ed era fornita loro assistenza, questa stessa era negata ai palestinesi, ai quali è vietato l’ingresso nel paese se non attraverso un visto.
Sono stati in tanti, nel corso dell’estate, a riuscire ad aggirare i sistemi di sicurezza, per finire espulsi o immediatamente internati nei centri per rifugiati, tra cui il principale di Cyber City, a pochi chilometri dal confine siriano.
Fino all’aprile scorso anche per i profughi palestinesi c’era la possibilità, come per gli altri rifugiati siriani, di uscire dai centri attraverso la garanzia offerta da cittadini di nazionalità giordana. Un permesso che è stato poi revocato. Ai palestinesi restano due opzioni: restare reclusi in Giordania – già contestata per il trattamento disumano di campi come Za’atari – o fare rientro in una Siria in piena guerra.
Le vittime dei conflitti sono sempre le popolazioni civili. Ma c’è anche chi, tra queste, è vittima due volte.
Espulsi dalla loro terra, nati rifugiati, costretti a fuggire e indesiderati nei paesi vicini, perché capaci di alterare i delicati equilibri demografici che li caratterizzano, i palestinesi pagano il prezzo di questa crisi regionale più caro degli altri, ancora una volta.

 24 ottobre 2012

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