LA SIRIA TRA INDIFFERENZA ED OMERTA’

Germano Monti

Prima parteSiria1

Nel secondo anniversario dell’inizio della rivolta popolare siriana, ho scritto questo intervento spinto da una duplice esigenza: riflettere – denunciandola – sulla latitanza generale dell’informazione sulle rivoluzioni arabe e sulla crisi siriana in particolare, ed esprimere il mio punto di vista sulla “perversione della controinformazione” messa in atto dai sostenitori italiani del regime del clan Assad.
Il disinteresse dei media mainstream sul genocidio in atto riguarda il pessimo stato di salute del mondo dell’informazione italiano, viziato da almeno un ventennio da un profondo provincialismo, e non solo. La campagna di disinformazione messa in atto dalla inedita convergenza fra organizzazioni ed individui di estrema destra e di “sinistra” è invece un elemento nuovo, che testimonia della crisi della sinistra in un Paese che – non moltissimi anni fa – aveva espresso momenti altissimi di analisi, consapevolezza e mobilitazione. Come cittadino, il primo aspetto mi preoccupa molto. Come militante di sinistra e internazionalista, la seconda questione mi amareggia nel profondo.
Sono consapevole che non saranno queste righe a determinare ripensamenti in chi – per vizio ideologico o per semplice pigrizia mentale – preferisce rifugiarsi nella sicurezza di certezze e di abitudini consolidate, anche a dispetto di quel principio di realtà che dovrebbe essere alla base di ogni razionalità e di ogni materialismo. Chi ha abdicato ad ogni analisi marxista, in nome di una visione “geopolitica” da osteria, non può permettersi alcuna autocritica. Spero, invece, che questo modesto contributo possa essere di qualche utilità per nuove generazioni di attivisti per la trasformazione della società, per un mondo più libero e più giusto.

La crisi siriana è la tragedia più ignorata e più mistificata dall’informazione italiana nella storia recente.
E’ la più ignorata: due anni di manifestazioni, scioperi, repressione bestiale, combattimenti, massacri, esodi biblici e rischi di regionalizzazione del conflitto non meritano che saltuari articoli, perlopiù comodamente elaborati dai lanci di agenzia, senza nessuna verifica in loco. I giornalisti italiani che, in questi due anni, hanno avuto il coraggio di sfidare il blocco e la ferrea censura imposti dal regime del clan Assad, si contano sulla punta delle dita, e si tratta quasi esclusivamente di free lance. L’eccezione più significativa a questa regola sconcertante è stata rappresentata dall’inviato di RAI 2 Amedeo Ricucci, autore, insieme al collega Cristiano Tinazzi, di un reportage sulla battaglia di Aleppo, girato in prima linea e – sia detto senza retorica – con grande coraggio personale e professionalità. Tuttavia, anche quel servizio, che in qualunque Paese normale sarebbe stato messo in onda in ore di massimo ascolto e con la maggiore evidenza possibile, dalla nostra TV pubblica è stato mandato poco prima di mezzanotte.
Quali sono i motivi di questo disinteresse? Probabilmente, ha ragione lo stesso Ricucci, quando nota che il problema non riguarda solo la crisi siriana, ma investe l’arretratezza dell’informazione italiana in generale, ormai da anni autocentrata sulle vicende casalinghe e politicizzata nel senso peggiore del termine, vale a dire nel senso del totale asservimento del giornalista a questo o a quell’altro padrinato di lobby o di partito.
L’informazione sulla crisi siriana sconta la subordinazione dei giornalisti italiani, accentuata dalla precarizzazione della loro condizione lavorativa: la maggior parte degli operatori dell’informazione, infatti, oramai lavora “a cottimo” ed un articolo viene retribuito con una manciata di euro. Nel caso della Siria, poiché a nessun partito la questione sta particolarmente a cuore, l’informazione se ne disinteressa a sua volta, preferendo documentare i tormentoni del teatrino della politica nazionale. Come già detto, le eccezioni non mancano, ma il loro spazio è molto limitato, trovando espressione quasi esclusivamente sulla rete.

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L’informazione sulla Siria è anche la più mistificata. La mia generazione politica è cresciuta con la cultura della “controinformazione”. Consapevoli dell’importanza del consenso in una democrazia capitalista avanzata ed altrettanto consapevoli della capacità di occultamento e manipolazione della verità che il potere è in grado di dispiegare, intere leve di militanti hanno imparato ad essere essi stessi cacciatori di verità e persecutori delle bugie di regime. La storia de “La strage di Stato”, dei militanti e dei giornalisti democratici che riuscirono a smantellare l’edificio della “strage anarchica” e del mostro sbattuto in prima pagina (il ballerino anarchico Pietro Valpreda), ha rappresentato uno dei momenti più alti della vita politica e culturale del Paese, aprendo la strada alla stagione dei giornali, delle riviste e delle radio di movimento.
Caratteristiche fondanti della controinformazione sono la ricerca della verità e la demistificazione, il disvelamento della menzogna e delle ragioni che vi sottendono. Quando muore un operaio, la notizia ufficiale è che si è trattato di un “tragico incidente”; la controinformazione rivela che l’azienda non rispetta le misure di sicurezza, e non le rispetta perché il suo interesse non è la tutela della vita e della salute dei lavoratori, ma la realizzazione del maggior profitto possibile. Analogamente, i disastri ambientali e le guerre non avvengono quasi mai per i motivi che i media ci propongono e con le modalità che ci vengono presentate. Per rimanere agli ultimi venti anni, chi non ricorda le bugie profuse a piene mani sulle “operazioni di polizia internazionale”, poi diventate “guerre umanitarie”? Per attaccare, distruggere ed infine occupare l’Iraq, si diceva che Saddam Hussein era un tiranno sanguinario, un pericolo per il proprio popolo, per gli altri Stati, per il mondo… ma non lo era, quando gli U.S.A. lo foraggiavano per contenere l’Iran, mentre sostenevano sottobanco anche il regime degli ayatollah, in modo che i due avversari si dissanguassero a vicenda.
Dopo l’Iraq, è toccato alla Jugoslavia, all’Afghanistan, fino all’intervento N.A.T.O. in Libia, finalizzato non certo all’abbattimento di un tiranno omaggiato fino al giorno prima ed ospite fisso ai vertici del G 20, ma alla spartizione delle risorse petrolifere fra le grandi compagnie angloamericane, francesi, italiane e russe (Gasprom e Tatneft)[1], con queste ultime che hanno beneficiato della non opposizione della Russia all’intervento, mentre gli investimenti della Cina (altra potenza che non si è opposta all’intervento) si sono concentrati sulla ricostruzione: “La China Railway Construction Corporation detiene da anni il monopolio delle linee ferroviarie di nuova edificazione, la China Civil Engineering Construction sta lavorando ad un mega progetto di irrigazione nel Sahara orientale; nel sudest del paese stanno sorgendo 5 nuove città dai cantieri del China Gezhouba Group. Non solo cemento, però: la China Communication Constrution e la Huawei Technologies stanno realizzando le infrastrutture per la telefonia mobile e fissa. Miliardi di dollari e 36 mila tecnici (…)[2].
Negli ultimi dieci anni, infine, la controinformazione è stata l’arma più efficace del movimento di solidarietà con il popolo palestinese, riuscendo – pur nella enorme disparità di mezzi a disposizione – a contrastare la “Hasbara”, la poderosa macchina propagandistica israeliana che promuove nel mondo un’immagine positiva di Israele e tenta di mettere a tacere (solitamente, con l’arma dell’accusa di antisemitismo) le voci critiche.
Ora, in relazione alla tragedia siriana, abbiamo assistito ad una vera e propria perversione nel campo della controinformazione. Attivisti “no war” e “antimperialisti” hanno completamente rovesciato il senso ed il significato della controinformazione, mettendosi a disposizione della propaganda di un regime fascista e mafioso, per il semplice fatto che questo regime non è sostenuto dal nemico di sempre (l’imperialismo U.S.A. e occidentale), ma da altre potenze, considerate “antagoniste” a quel nemico. In sostanza, la Russia, l’Iran e – in misura minore – la Cina sarebbero il contrappeso regionale all’imperialismo capitalista, con la conseguenza che il regime siriano è un baluardo della resistenza e va sostenuto contro quella che non è una rivoluzione popolare, ma una sedizione eterodiretta dall’imperialismo di cui sopra e dai suoi alleati, lo Stato sionista e le petromonarchie del Golfo. Gli agenti sul terreno di questa sedizione sono i gruppi armati di mercenari, i fondamentalisti islamici e le loro organizzazioni politiche, su cui l’imperialismo punta per ridisegnare a proprio favore la geopolitica dell’intera regione.
Questo schema prescinde completamente dalla condizione concreta delle masse, anzi, la rimuove. A due anni di distanza dall’inizio delle rivolte arabe, questi gruppi “no war” ed “antimperialisti” non hanno prodotto una sola riga di analisi del contesto sociale e dei rapporti di classe all’origine delle rivolte stesse, viste come il risultato di un grande complotto, orchestrato dagli U.S.A. e dai loro alleati, per installare al potere interlocutori più adeguati ed affidabili dei vecchi tiranni. Il ruolo dei popoli e delle classi nella dinamica storica viene assolutamente ignorato. Siamo arrivati al paradosso che debba essere un intellettuale borghese come Lucio Caracciolo ad avvertire che “Le categorie euristiche occidentali, impiegate a sproposito in altri campi, potrebbero utilmente applicarsi alla radice socio-economica della rivoluzione egiziana, come di altre “primavere”. Qui possono soccorrerci le teorie di un pensatore iperoccidentale come il renano Karl Marx: le insurrezioni tunisina ed egiziana sono anche lotta di classe. E’ la tesi del geografo Habib Ayeb, per il quale « in entrambi i casi si è potuto osservare il rifiuto di una popolazione emarginata di continuare a vivere nella marginalità ». Rivolta degli oppressi e degli affamati (…)[3].
Rimossa una lettura marxista e di classe, non resta che la geopolitica, intesa rozzamente come una sorta di Risiko in cui contano solo i carri armati a disposizione dei diversi giocatori. Su questo terreno, la convergenza con analisi e conseguenti politiche di matrice fascista e comunitarista è un passaggio naturale, ed infatti in Italia abbiamo assistito ed assistiamo ancora a manifestazioni a sostegno del regime siriano che vedono la partecipazione di vecchi e nuovi arnesi dell’estrema destra insieme ad esponenti “no war” ed “antimperialisti”. Su questo inquietante fenomeno esiste già una vasta documentazione, e presto saranno prodotti altri interventi. Quel che interessa in questa sede, è l’aspetto che riguarda la “perversione” operata nel campo della controinformazione, rovesciata nel suo contrario: la diffusione di bugie, l’occultamento della verità e – dulcis in fundo – la diffamazione di chi esprime tesi e fornisce informazioni diverse.

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La diffusione di bugie, cioè il rovesciamento del concetto stesso di demistificazione. Nel luglio 2012, un articolo di Thierry Meyssan affermava che “40-60000 Contras, soprattutto libici, sono arrivati in pochi giorni nel paese, il più delle volte dal confine giordano”. Una cifra abnorme, un’affermazione non sostenuta da alcun riscontro e, anzi, palesemente incredibile, se non altro perché un tale movimento di uomini ed armi non sarebbe potuto passare inosservato ai satelliti militari russi e cinesi che monitorano continuamente l’area, analogamente a quelli statunitensi. Nonostante si trattasse di una evidente montatura, agenzie e siti “di sinistra” non si fanno scrupolo nel riprenderla e diffonderla, dopo la sua pubblicazione sul sito di estrema destra Syrian Free Press: in un articolo intitolato “I jihadisti accorrono in massa in Siria”, citando come fonte genericamente “La stampa e le agenzie internazionali”, Nena News scrive che  “altre migliaia di jihadisti stanno affluendo in Siria, passando tra Turchia, Iraq e Giordania”. L’articolo viene a sua volta ripreso e diffuso da Contropiano, rivista on line della Rete dei Comunisti. Megachip, il blog di Giulietto Chiesa, fa di peggio: affida a Thierry Meyssan una rubrica settimanale, definendo l’autore francese, notoriamente legato all’estrema destra ed al Front National di Le Pen, “una voce importante, informata su questioni altamente controverse, e sulle quali il mainstream occidentale mente sistematicamente o agisce distorcendone i significati”.
Un altro esempio di come operi la disinformazione è quello che riguarda i video amatoriali con cui gli attivisti siriani, sin dai primi giorni della rivolta, mostrano al mondo quello che avviene nel loro Paese. In questo caso, lo schema adottato è quello dell’insinuazione: si tratta di video contraffatti, girati e montati altrove, allo scopo di fomentare l’opinione pubblica internazionale e spingerla a sostenere quell’intervento armato in Siria che, a detta degli “antimperialisti”, è il vero obiettivo dell’imperialismo.
I video diffusi sulla rete sono migliaia, perlopiù girati con i telefonini, per cui la maggior parte è di pessima qualità. Quelli pubblicati dal Coordinamento dei Comitati Locali sono sempre accompagnati da indicazioni precise sulla località in cui sono stati girati e, quando mostrano le vittime, indicano i nomi e cognomi dei “martiri” e le circostanze in cui sono stati uccisi. Tutto questo non ha impedito ai gruppi che sostengono il regime di Assad di martellare la convinzione che si tratti di fakes, di falsi manipolati, specialmente in occasione di eventi particolarmente efferati, come i bombardamenti aerei su interi città o villaggi: qui, si ricorre alla domanda retorica “Ma come potrebbe un governo bombardare indiscriminatamente il suo stesso popolo?”. La storia recente abbonda di precedenti in tal senso, dal bombardamento di Managua da parte dell’aviazione del dittatore Somoza a quelli ordinati da Putin su Grozny e le altre città della Cecenia, ma basta andare qualche anno indietro per ricordare che il bombardamento di Guernica venne sfacciatamente negato dai fascisti spagnoli, “sostenendo che la città era stata distrutta dagli stessi Repubblicani in fuga, per lasciare “terra bruciata” (Guernica fu infatti occupata dai falangisti due giorni dopo il bombardamento)”[4] . Per soprammercato, una volta occupata la cittadina basca, i falangisti distrussero i registri parrocchiali, per impedire il conteggio delle vittime. I bombardamenti, comunque, sono una tradizione di famiglia del clan Assad, inaugurata sulla città di Hama nel 1982 da Hafez Assad, l’allora dittatore, padre dell’attuale dittatore.
La procedura della disinformazione adottata dagli assadisti italiani è molto simile al cliché inaugurato dai fascisti spagnoli e dai loro camerati italiani e tedeschi: quando non è proprio possibile insinuare che i video siano falsi o contraffatti – per esempio, nel caso delle bombe cadute sulla fila di persone davanti ad una panetteria o dei missili che hanno colpito l’università di Aleppo – si sostiene che  le azioni siano state compiute dai ribelli, per poi scaricarne la responsabilità sul regime. In alternativa, ci si attesta sulla “mancanza di informazioni certe”, per cui l’attribuzione della responsabilità di tali atti alle forze del regime rientra nella campagna mediatica volta a legittimare un’aggressione militare straniera “come in Libia”, sorvolando sul fatto che questa aggressione “come in Libia” non è ancora avvenuta, nonostante i nostri “no war” la stiano evocando quotidianamente da due anni.
Altro must della disinformazione assadista dei nostri “no war” è quello che riguarda le forniture di armi ai mercenari-terroristi, come chiamano i ribelli siriani. L’Esercito Siriano Libero si approvvigiona in gran parte sul mercato delle armi (sempre molto florido da quelle parti) e sicuramente riceve equipaggiamenti anche da parte degli altri attori regionali interessati al conflitto, ma resta il fatto – incontrovertibile –  che le forniture di armi più massicce siano di gran lunga quelle che il regime siriano riceve dai suoi alleati Russia ed Iran, cosa che i nostri “no war” si guardano bene dal denunciare.

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