LA SIRIA TRA INDIFFERENZA ED OMERTA’

Germano Monti

Seconda partesiria palestina

“Il silenzio è irrazionale, perché chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie (o, se preferite, nascondere la testa sotto la sabbia) non serve a nulla. Le lacerazioni ci sono e sono destinate a divenire ancora più profonde, perché la realtà è più forte di qualunque altra considerazione. Il silenzio è anche ingiustificabile: i Palestinesi assassinati dal regime fascista e mafioso di Assad gridano vendetta tanto quanto quelli assassinati dallo Stato sionista”.

Un aspetto ancora più spregevole della disinformazione “no war” è quello rappresentato dalla vicenda dei rifugiati palestinesi in Siria: sono mezzo milione, circa 150.000 dei quali residenti nel campo damasceno di Yarmouk, il più grande. Dall’inizio della rivoluzione, la maggior parte delle organizzazioni palestinesi hanno tentato di tenere i rifugiati al di fuori della contesa, ad eccezione del Fronte popolare – Comando Generale, organizzazione inesistente nei Territori del 1948 e del 1967 e la cui ultima azione contro Israele risale al lontano 1987. Il Fp – Cg costituisce, di fatto, una milizia palestinese al servizio del regime siriano, al quale garantiva il controllo nei campi dei rifugiati.
Alcuni rifugiati palestinesi – in prevalenza, giovani non legati alle organizzazioni, anzi, fortemente delusi da queste – hanno preso parte alle manifestazioni contro il regime, e gli ospedali palestinesi hanno offerto assistenza ai feriti. La risposta del regime e delle sue milizie – compresi i collaborazionisti del Fp-Cg – è stata immediata e brutale, spingendo altri Palestinesi a solidarizzare con i rivoltosi.
Il primo grave episodio di violenza del regime contro i rifugiati risale all’agosto del 2011, quando almeno 60 persone, la maggior parte delle quali palestinesi, vengono uccise dal bombardamento navale di Latakia, avvenuto dopo una piccola dimostrazione pacifica contro Assad. Le agenzie palestinesi riportarono che “Le forze siriane si sono affrettate a distruggere le prove della sanguinosa repressione a Latakia, che ha ucciso decine di Palestinesi ed ha costretto i rifugiati alla fuga, come hanno riferito gli attivisti ai funzionari dell’ONU arrivati a Damasco. Le forze di sicurezza sono state viste lavare il sangue dalle strade e dai muri del campo dei rifugiati di Al Ramel, prima del previsto arrivo della missione nella città portuale (…)”. Nessuna associazione od organizzazione del movimento italiano di solidarietà con la Palestina mosse un dito, nessun sito ne diede notizia, e questo fu solo l’inizio della lunga ed ignobile stagione di omertà che continua tuttora.
Con l’aumento della repressione e l’inizio della lotta armata, la situazione dei rifugiati palestinesi si è fatta sempre più grave. I combattimenti hanno investito i campi, particolarmente quello di Yarmouk, ma anche Daraa, Huseineh ed altri. Nemmeno gli ospedali, le moschee e gli uffici dell’UNRWA sono stati risparmiati dalle bombe di Assad, nonostante i ripetuti appelli dell’OLP e di tutte le fazioni palestinesi a rispettare la neutralità dei campi.
In questo momento, i Palestinesi assassinati in Siria dalle forze di Assad sono più di 1000, gli sfollati decine di migliaia e le distruzioni subite dai campi sono incalcolabili.
La politica palestinese manifesta nella vicenda siriana la stessa debolezza ed assenza di progetto riscontrabili nella sua azione generale: a parte i doverosi appelli al rispetto della neutralità dei rifugiati, le organizzazioni appaiono molto lontane dal diffuso sentimento popolare di solidarietà con i rivoltosi siriani, non diverso da quello che i Palestinesi manifestano verso le altre rivoluzioni arabe. Tuttavia, la reticenza mostrata dalle organizzazioni palestinesi non è priva di motivazioni concrete, prima fra tutte il timore di esporre i rifugiati ad ulteriori violenze e rappresaglie da parte del regime, a cui vanno aggiunti quello di perdere il sostegno iraniano e quelli relativi all’incertezza delle prospettive. Alle organizzazioni palestinesi non sfuggono le implicazioni internazionali della questione siriana e, se Hamas ha potuto riposizionarsi senza grandi difficoltà (nel quadro del generale riposizionamento della Fratellanza Musulmana di cui è parte), per altri la situazione non è così lineare. La sinistra palestinese, in particolare, si trova in una posizione estremamente scomoda e difficile, con le sedi delle principali organizzazioni ancora ospitate ufficialmente a Damasco ed una dialettica complicata fra vecchi dirigenti ancorati al passato e nuove leve – militanti ed intellettuali – che manifestano interesse o aperto sostegno alla rivoluzione siriana.

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Inutile cercare traccia di tutto questo, anche nella sua complessità, nei siti delle organizzazioni “filopalestinesi” italiane. Ancora più inutile tentare di rintracciare una qualche iniziativa di solidarietà da parte delle stesse organizzazioni.
Il motivo di questa immorale omertà non è di difficile individuazione. Alcune delle associazioni e delle organizzazioni “storiche” della solidarietà con i Palestinesi hanno un’impostazione culturale distortamente “antimperialista”, per cui sostengono il “legittimo governo siriano”, parte integrante di quell’asse della resistenza al sionismo che identificano nel triangolo Iran – Siria – Hezbollah. Fino a qualche mese fa, il triangolo era un quadrilatero, perché comprendeva anche il movimento palestinese Hamas, che però ha “disertato”, trasferendo i suoi uffici da Damasco al Cairo ed a Doha, pur senza interrompere i suoi legami con Teheran.
Moltissimi attivisti italiani non sono ascrivibili a quelle organizzazioni ed, anzi, la maggior parte è culturalmente lontana da esse. Ai loro occhi, però, il bene supremo è “l’unità”: le spaccature e le divisioni li mettono profondamente a disagio e, quindi, cercano di ignorarle. Si tratta di un atteggiamento comprensibile, anche alla luce delle difficoltà oggettive che incontra il sostegno alla causa palestinese. Comprensibile, ma irrazionale ed ingiustificabile.
Il silenzio è irrazionale, perché chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie (o, se preferite, nascondere la testa sotto la sabbia) non serve a nulla. Le lacerazioni ci sono e sono destinate a divenire ancora più profonde, perché la realtà è più forte di qualunque altra considerazione. Il silenzio è anche ingiustificabile: i Palestinesi assassinati dal regime fascista e mafioso di Assad gridano vendetta tanto quanto quelli assassinati dallo Stato sionista.
Quanto a quel che resta del movimento pacifista, è a sua volta diviso fra chi sostiene le ragioni della rivoluzione e chi agita il timore dell’intervento straniero come priorità da affrontare (questi ultimi sono, in buona sostanza, gli stessi “antimperialisti” di cui sopra). Il risultato, anche qui, è un assordante silenzio sulla tragedia dei rifugiati palestinesi in Siria.
Questo desolante panorama di complicità ed omertà è, fortunatamente, segnato anche da tendenze ed iniziative diverse. Fra queste, è confortante poter segnalare, sul piano della solidarietà con i rifugiati, quelle dell’Associazione Zaatar, di Un ponte per… e di una parte dell’Associazione per la Pace, oltre alle iniziative intraprese autonomamente da gruppi di attivisti italiani e palestinesi. Il resto è silenzio. Vergognoso e vile silenzio.
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Un silenzio vergognoso e vile come quello che copre la sorte di centinaia di attivisti siriani per i diritti umani e la democrazia. Giornalisti, intellettuali, avvocati e artisti uccisi, torturati, desaparecidos o, nel migliore dei casi, costretti all’esilio. In Italia, sono state ben poche le voci che si sono levate per denunciare prima l’arresto arbitrario, poi le torture e, infine, la sparizione di Mazen Darwish e degli altri attivisti del Centro Siriano per l’Informazione e i Diritti Umani. Non si parla, in questo caso, di combattenti armati o di “jihadisti”, ma di uomini e donne come quelli che qui si impegnano nella controinformazione sui casi di violenza di Stato, come a Genova nel 2001 o come le oscure morti di cittadini per mano di esponenti delle forze dell’ordine.
Nei confronti di queste situazioni (che non possono certo essere rappresentate come manifestazioni dell’aggressione imperialista e sionista contro la Siria!) la scelta è, come per i rifugiati palestinesi, quella dell’omertà. E le organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International o Human Rights Watch – le stesse che vengono citate ed enfatizzate quando denunciano i crimini israeliani contro i Palestinesi – nel momento in cui si occupano dei crimini del regime siriano, diventano agenzie al servizio dell’imperialismo, gente che (per usare il gergo di un anziano ex giornalista molto devoto ad Assad ed alla buonanima di Gheddafi) “lubrifica i cingoli dell’intervento NATO”.
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L’ultimo aspetto della campagna di disinformazione, infatti, consiste nella sistematica diffamazione di chi esprime un punto di vista diverso da quello “antimperialista”, cioè gli incaricati di lubrificare i cingoli imperialisti.
Quelli che hanno proposto una visione della crisi siriana diversa e più articolata rispetto a quella del complotto sionista-imperialista-petromonarchico, si sono ritrovati automaticamente arruolati nella CIA o nel Mossad, o in tutti e due. Of course, non poteva mancare l’accusa di essere agenti prezzolati, in particolare dal ricchissimo Emiro del Qatar.
L’imputazione più forte è stata quella di essere a favore di un intervento NATO in Siria “come in Libia”. La mancanza di prove ed anche del minimo indizio a sostegno delle loro affermazioni, non ha impedito ai tardi epigoni del procuratore Vyshinsky di ribadirle in ogni occasione. Nemmeno la limpidezza degli appelli sottoscritti a sostegno della rivoluzione popolare e contro ogni intervento esterno è servita ad evitare il proliferare di articoli, interventi radiofonici e – soprattutto – un frenetico gossip telematico che li ha additati come venduti al nemico sionista e imperialista. Questa metodica campagna diffamatoria è stata avviata con una serie di interventi molto violenti su alcuni blog e siti di estrema destra (alcuni dei quali grossolanamente camuffati da “pacifisti”), nonché da alcuni individui, come l’anziano devoto a Gheddafi e Assad che ho già citato. La singolare convergenza fra fascisti e “antimperialisti” si è realizzata anche sul terreno della denigrazione degli avversari, definiti comunemente “ratti”.
Anche qui, non c’è da stupirsi: la convergenza sui contenuti non può che comportare una condivisione metodologica: le bugie e la disinformazione sui fatti rendono necessaria la delegittimazione di chi vuole conoscere e far conoscere la verità.
E’ interessante notare come questo modus operandi non produca alcuna aggregazione. Dal punto di vista della partecipazione, le iniziative della Rete No War contro il megacomplotto sionista-imperialista non hanno prodotto che risultati alquanto miseri, “manifestazioni” che potrebbero agevolmente essere contenute in una cabina telefonica. Ma non è l’aggregazione l’obiettivo degli assadisti italiani, piuttosto il suo esatto contrario.
C’è del metodo in questa follia, direbbe il Bardo: consapevoli dell’impossibilità di aggregare un movimento sul sostegno ad un regime criminale, i “no war” puntano ad ostacolare l’aggregazione di un movimento solidale con la rivoluzione siriana e, più in generale, con le rivoluzioni arabe. Di qui, la disinformazione ed il terrorismo ideologico, la rappresentazione delle rivolte popolari come sedizioni eterodirette, dominate da fondamentalisti islamici al servizio dell’imperialismo. La saldatura con la consueta retorica fascista del complotto demo-pluto-giudaico-massonico è completa.
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A due anni di distanza dall’inizio delle manifestazioni contro il regime di Assad, i morti in Siria sono ben oltre 70.000, i desaparecidos, gli arrestati e torturati almeno 200.000, i profughi sfollati nei Paesi vicini quasi un milione e mezzo, le distruzioni materiali incalcolabili, soprattutto a causa dell’impiego da parte del regime degli aerei da bombardamento e dell’artiglieria contro i centri abitati controllati dai ribelli. Fra l’altro, è ormai ampiamente dimostrato l’utilizzo contro la popolazione – sempre da parte del regime – di cluster bomb e munizioni al fosforo.
In un contesto del genere, non sorprende il fatto che ai ribelli siriani si siano aggiunti combattenti provenienti da altri Paesi arabi, e che gran parte di questi combattenti siano estremisti islamici. E’ altrettanto naturale che, in una situazione ove la parola è ormai alle armi, si moltiplichino gli spazi di intervento per forze e Paesi esterni, quali l’Arabia Saudita ed il Qatar, che vanno a contrapporsi ai Paesi esterni già installati a sostegno del regime, come Russia ed Iran. Un grand jeu giocato tutto sulla carne viva di un popolo che chiede soltanto democrazia e dignità.
Ringrazio chi ha avuto la pazienza di leggere questo lungo intervento. Come ho scritto in premessa e poiché “Presuppongo naturalmente lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo e che quindi vogliano anche pensare da sé”, questo intervento non servirà a smuovere le granitiche certezze di chi è convinto che le rivoluzioni arabe siano state sollecitate e dirette da un complotto internazionale e che il regime fascista del clan Assad sia vittima di un’aggressione imperialista “come in Libia”. Mi auguro, al contrario, di aver stimolato in qualcuno la voglia di sapere, di conoscere e, magari, di interrogarsi, perché quello che sta avvenendo sull’altra sponda del nostro mare ci riguarda tutti, e tutti noi, un giorno non lontano, saremo chiamati a rispondere della nostra indifferenza e del nostro cinismo.

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