COSA E’ SUCCESSO VERAMENTE A YARMOUK?


Il video di Tim Marshall (Sky News) sul giorno della Nakba a Yarmouk 

Partiamo da un dato preliminare, bizzarramente omesso in certi resoconti su quanto avvenuto nell’anniversario della Nakba presso il campo palestinese di Yarmouk, alla periferia di Damasco.
Gran parte del campo è ormai da mesi controllata dal Free Syrian Army e dai Palestinesi schierati con la rivoluzione, con il loro braccio armato, la Brigata Al Assifa. Per questo motivo, il campo è assediato dall’esercito siriano ed è quotidianamente vittima di bombardamenti – anche aerei – che colpiscono indiscriminatamente abitazioni, moschee, scuole, ospedali e persino le strutture dell’UNRWA. Dei 1.267 Palestinesi uccisi in Siria dalle forze del regime dall’estate scorsa, molti erano abitanti di Yarmouk, il più popoloso campo dei rifugiati palestinesi della diaspora.
Cosa avviene il 15 maggio? I soli elementi di cui disponiamo sono un brevissimo post sulla pagina Facebook “Palestinians in Syrian Situation”, gestita da Palestinesi di Yarmouk e di altri campi siriani, un altro sulla pagina Facebook dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ed un servizio del giornalista Tim Marshall, di Sky News.
Il primo post su Facebook dice soltanto “Notizie del martirio di quattro persone e del ferimento di altre dodici in pesanti bombardamenti, accompagnate da continue interruzioni delle linee telefoniche e cellulari a Yarmouk ed in tutta Damasco…”. Non viene fornito nessun altro particolare.
Il post dell’Osservatorio è molto confuso, almeno nella sua (pessima) versione in inglese, ma coincide con quanto scritto su PSS sul numero delle vittime e sul fatto che alcune parti del campo sono state colpite da granate. Nessuno dei due fornisce immagini degli eventi.
Molto più utile il servizio di Tim Marshall, girato sul posto. Le immagini mostrano uomini e donne, alcuni dei quali con valige ed altri bagagli, che si dirigono verso il campo di Yarmouk, sventolando bandiere della Siria di Assad e ritratti del dittatore siriano. Il gruppo è accompagnato da soldati siriani armati.
E’ interessante notare che – nell’audio del servizio – Marshall parla di una “Dimostrazione che aveva un messaggio di opposizione verso le milizie di Yarmouk” e che i dimostranti gridavano “Venite fuori!”. Marshall riferisce anche che i ribelli (“l’opposizione”) avevano avvertito che non avrebbero permesso di avvicinarsi e commenta “Quello che è accaduto dopo era inevitabile”.
Per comprendere la natura dell’accaduto, non è possibile omettere i particolari che ho citato. Certo, se si deve sostenere la tesi del regime e dei suoi collaborazionisti del Fronte Popolare – Comando Generale, bisogna titolare  (come ha fatto Nena News) “Siria. A Yarmouk i ribelli sparano ai civili” ed evitare accuratamente di mostrare il video. Eppure, qualche elemento di contraddizione emerge anche dalle parole scritte di Marshall, riportate sempre da Nena News, che ben poco hanno a che vedere con il titolo. Marshall, infatti, prima scrive che “Sapevamo cosa stava per succedere e allora abbiamo indossato elmetti e giubbini anti-proiettile. I manifestanti sapevano cosa stava per accadere, non avevano alcuna protezione ma continuavano a camminare dritti verso la linea del fuoco”. Poi, scrive che “Gli uomini armati a Yarmouk avevano avvertito i manifestanti di non avvicinarsi, minacciando di aprire il fuoco. Il fatto che pochi soldati dell’esercito siriano stessero accompagnando i manifestanti ha reso la cosa certa”.
Allora: Palestinesi sostenitori di Assad, fuggiti dal campo di Yarmouk otto mesi or sono, organizzano una prova di forza, marciando sul campo scortati da militari armati dell’esercito di Assad e invitando i ribelli a venire fuori. Dalle loro linee, i ribelli avvertono di non avvicinarsi, ma non vengono presi in considerazione. Come ha detto lo stesso Marshall, “Quello che è accaduto dopo era inevitabile”, e – in effetti – riesce difficile immaginare che dei combattenti assediati, in pieno stato di guerra, lascino avvicinare nemici armati senza battere ciglio.
Il fatto che, dopo la prima sparatoria, siano prontamente affluiti altri reparti dell’esercito di Assad, con l’impiego di artiglieria (le “esplosioni” udite da Marshall), non farebbe che dimostrare come si sia trattato di una provocazione preordinata e bene orchestrata. Il resto – le invettive contro i ribelli “stranieri” e “pagati per venire a Damasco a uccidere la gente”, il numero dei ribelli uccisi, ecc. – rientra nel consueto cliché della propaganda di regime, di ogni regime. In questo caso, l’obiettivo è quello di screditare i ribelli siriani, facendoli apparire come nemici dei Palestinesi e, dunque, marionette di Israele, degli U.S.A. e compagnia complottando.
Ci sarebbero molti commenti e molte osservazioni da fare sulla qualità di un’informazione che spara titoli apodittici che insultano l’intelligenza dei propri lettori, ma in Italia sono due anni che andiamo avanti così.

Germano Monti

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