LA MARCIA SU ROMA DEGLI AMICI DI ASSAD

3-scimmie

Di Germano Monti

SECONDA PARTE

Una manifestazione internazionale nazifascista in una capitale europea non è cosa di tutti i giorni, meno che mai se il luogo prescelto per l’adunata è una città Medaglia doro alla Resistenza. Iniziative molto meno clamorose hanno suscitato sin dal loro annuncio ondate di sdegno, spesso sfociate in robuste contro-manifestazioni. Eppure, a sole tre settimane dalla calata a Roma di esponenti ed organizzazioni nazifasciste di tutta Europa, tutto tace. Silenzio dalle associazioni partigiane, silenzio dai movimenti e dai partiti di sinistra, silenzio dal mondo dell’associazionismo e della solidarietà, silenzio dagli intellettuali democratici e progressisti. Un silenzio lugubre.
Indagare i motivi di questo silenzio non è impresa facile, ma nemmeno impossibile. Le radici vanno cercate nella generale incomprensione – quando non vera e propria ostilità – che ha caratterizzato l’orientamento di quegli ambienti nei confronti della “Primavera Araba”, il movimento tellurico che, a partire dall’inizio del 2011, ha iniziato ad attraversare le apparentemente immobili società di gran parte dei Paesi del Maghreb e del Mashrek. L’iniziale entusiasmo per la Rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia si era già parecchio raffreddato quando il contagio rivoluzionario aveva raggiunto l’Egitto di Mubarak, per poi gelarsi di fronte alla rivolta libica contro il regime del colonnello Gheddafi e rovesciarsi poi in malcelata o manifesta avversione nei confronti della rivolta in Siria. In questo atteggiamento, ha sicuramente giocato un ruolo l’intervento militare della NATO contro il regime di Gheddafi, considerato da molti governi occidentali fino a poche ore prima (letteralmente) dell’inizio dei bombardamenti un alleato forse impresentabile, ma certamente indispensabile. Si è molto ironizzato sulla pagliaccesca deferenza di Silvio Berlusconi verso “l’amico Muhammar”, ma è un fatto che il lavoro sporco commissionato dall’Italia ai Libici nel contrasto all’immigrazione fosse solo uno dei tanti elementi che rendevano Gheddafi un partner affidabile, nonché membro del G20.

G8:LEADER OSSERVERANNO MINUTO DI SILENZIO PER VITTIME SISMA
Ma gli affari sono affari, e la tentazione irresistibile di guadagnare posizioni nello sfruttamento dei giacimenti petroliferi (unita all’avventurismo dell’ex Presidente francese Sarkozy) ha spinto le potenze europee a riscoprirsi campioni dell’ingerenza “umanitaria”, naturalmente a suon di bombe. A questi livelli, non esistono amicizie che non si possano tradire: il boccone libico era troppo grande per lasciarselo scappare. Andò come tutti sappiamo: sfruttando propagandisticamente la brutalità della repressione di Gheddafi e la debolezza politica degli insorti libici, U.S.A., Inghilterra, Francia ed Italia si sono spartite le risorse libiche, non trascurando di lasciarne una parte a Russia e Cina, come premio di consolazione per non aver ostacolato l’avventura neocoloniale.

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Da questa vicenda, qualcuno ha tratto conseguenze generali, individuando nell’intervento militare occidentale in Siria la logica conseguenza di quanto avvenuto in Libia. Il fatto che siano trascorsi più di due anni dall’inizio delle rivolte in Siria e che il solo intervento militare massiccio (e niente affatto mascherato) sia stato quello della Russia e dell’Iran, potenti alleati del regime di Assad, non è servito ad illuminare alcune menti ed a far sorgere il dubbio che lo scenario libico non fosse sovrapponibile a quello siriano. Il risultato è che si è passati dall’incomprensione, lo scetticismo e l’indifferenza verso le rivolte arabe, all’ostilità aperta verso la rivoluzione siriana, nella convinzione che si tratti di una sedizione eterodiretta, di un maxicomplotto orchestrato dagli strateghi di Washington, Tel Aviv, Londra, Ankara, Doha e Riad. La militarizzazione della rivolta è stata vista come la conferma della teoria del complotto, piuttosto che come l’inevitabile sbocco di mesi e mesi di manifestazioni pacifiche represse con violenza bestiale.
Il primo nucleo italiano del network nazifascista che manifesterà a Roma fra poche settimane si è aggregato nel sostegno al regime di Gheddafi contro l’intervento NATO, promuovendo qualche manifestazione –scarsamente partecipata – a Roma, Napoli, Milano ed altre città, in tutte le quali era evidente la presenza preponderante di personaggi ed organizzazioni di estrema destra. Già allora, però, non mancavano esponenti di sinistra che prendevano parte a quelle manifestazioni e collaboravano con i promotori. Il caso più sconcertante è quello di Marinella Correggia, pacifista e collaboratrice del Manifesto, i cui articoli comparivano su Libyan Free Press, blog animato dal forzanovista Filippo Fortunato Pilato. In base alla convinzione che l’imperialismo occidentale avesse in programma di fare in Siria “come in Libia”, la contaminazione si è sviluppata nelle iniziative che il network – arricchitosi di nuove forze – ha iniziato a costruire in solidarietà con il regime di Assad.

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Non sono pochi gli esponenti di sinistra che non si sono fatti scrupoli nel manifestare e prendere la parola insieme a forzanovisti, vecchi nazimaoisti riciclati, nuovi rossobruni, cattolici tradizionalisti e tutto il circo nero sponsorizzato dalla “comunità siriana” in Italia (quella foraggiata dal regime, naturalmente). A questi vanno aggiunti quelli che, pur non schierandosi platealmente con i nazifascisti, ne condividono la collocazione a sostegno del dittatore: fra questi, troviamo un buon numero di attivisti del movimento di solidarietà con la Palestina, cosa che ha determinato un ulteriore livello di frammentazione dello stesso movimento e – cosa ancora più grave – la formazione di un’area grigia di attivisti che si rifiutano di affrontare la questione e chiudono occhi, orecchie e bocca di fronte alla strage che si va consumando in Siria.

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Alessandro Leoni, dirigente toscano del PRC, alla manifestazione per Assad dello scorso 20 ottobre a Firenze. A quella manifestazione hanno preso parte anche l’ex consigliere comunale del PdCI Ouday Ramadan; Alessandro Catalano, dell’associazione romana “Zenit”, ben conosciuta dagli studenti delle scuole del centro di Roma; Gianantonio Valli, autore di testi quali “Dietro la bandiera rossa. Il comunismo creatura ebraica”; Fabrizio Fiorini, giornalista, collaboratore del quotidiano “Rinascita”, diretto dal vecchio “nazimaoista” Ugo Gaudenzi Asinelli (ora sotto inchiesta per una storia assai poco onorevole di fatture gonfiate).

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Sono questi, in estrema sintesi, i presupposti del lugubre silenzio sull’adunata nazifascista a Roma del prossimo 15 giugno. In conseguenza delle vicende descritte, troppi “antifascisti” hanno scheletri nell’armadio che gli impediscono di mobilitarsi contro chi, in sostanza, sulla Siria sta portando avanti le loro medesime posizioni, e troppi hanno paura di assumere una posizione di esplicito riconoscimento del diritto del popolo siriano di rivoltarsi contro la tirannia, anche se questa tirannia indossa le maschere dell’antimperialismo e dell’antisionismo. Il risultato è che, forse per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana, l’annuncio di un’adunata nazifascista non ha ancora provocato reazioni significative da parte delle forze di sinistra, democratiche ed antifasciste.
Naturalmente, non è ancora detta l’ultima parola. Mancano ancora quasi tre settimane all’adunata e il fatto che questa volta sia manifesto il protagonismo dell’organizzazione più nota dell’estremismo nero – CasaPound – potrebbe aprire gli occhi, le orecchie e la bocca a chi li ha tenuti fino ad ora ostinatamente serrati. Il condizionale è obbligatorio, perché i precedenti non autorizzano alcun ottimismo.

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