UNA BUONA GIORNATA

free syria

Una buona giornata, lo scorso 15 giugno. Sulla spinta dell’appello contro l’adunata nazifascista a Roma, gli organizzatori hanno dovuto spostare l’iniziativa in uno spazio messo a disposizione da Casapound, la stessa organizzazione che aveva ospitato nelle sue sedi una serie di incontri preparatori. Questo è servito – ammesso che ce ne fosse ancora bisogno – a rendere chiaro a tutti chi sono i referenti italiani del governo di Damasco, vale a dire le formazioni dell’estrema destra.
Sull’altro versante, la manifestazione convocata a San Lorenzo dai promotori dell’appello contro l’adunata nazifascista ha rappresentato un deciso passo avanti verso la chiarificazione delle posizioni in campo ed un significativo momento di solidarietà con la lotta dei popoli siriano e palestinese.
Dall’inizio alla fine dell’iniziativa, sono state presenti più di cento persone, con una punta massima di centocinquanta, che hanno ascoltato con interesse gli interventi programmati. Lo studioso del mondo arabo-islamico Lorenzo Declich ha centrato il suo intervento sui “numeri” della crisi siriana, crisi le cui responsabilità sono tutte da attribuire al regime del clan Assad, che ha risposto con inaudita ferocia alla manifestazioni pacifiche della primavera 2011 ed ha puntato sin da subito alla militarizzazione del conflitto, terreno sul quale è indubbiamente favorito, grazie al costante flusso di armamenti provenienti dalla Russia ed alla collaborazione attiva delle milizie libanesi di Hezbollah, dei pasdaran iraniani e dei “volontari” sciiti provenienti dall’Irak. Il regime di Assad, mentre si proclama campione dell’unità nazionale e della laicità, ha lavorato per dividere la società siriana lungo direttrici etnico-confessionali, per garantirsi il sostegno della corrente alawita e dei cristiani, ma anche lungo linee di classe, attraverso la cooptazione di vasti settori della borghesia sunnita.
Importante anche la testimonianza del giornalista siro-palestinese Fouad Roueiha, che ha voluto ribadire come la convivenza pacifica fra le diverse comunità sia una costante della storia siriana, molto anteriore alla presa del potere da parte del clan Assad. In questo contesto, è fondamentale lavorare per sostenere quelle componenti dell’opposizione siriana che si battono per la fine della dittatura e per la costruzione di una Siria libera e democratica.
Naturalmente, tutti gli interventi si sono pronunciati contro le ingerenze straniere in Siria e contro ogni “intervento umanitario” sul modello di quelli già visti, purtroppo, in molte occasioni. Molto forte è stata la denuncia contro lo strabismo di una certa “sinistra” che da due anni mette in guardia contro l’eventuale intervento militare della NATO e delle potenze occidentali, ma non considera la pesantissima partecipazione al conflitto – a sostegno del regime – di Russia, Iran e milizie sciite libanesi ed irakene, cosa che rende questa “sinistra” non credibile e, nei fatti, alleata ai fascisti nel sostegno al regime di Assad, alleanza che, in alcuni casi, da oggettiva si è fatta soggettiva, attraverso rapporti e collaborazioni (ampiamente documentati) fra fascisti ed organizzazioni “no war”.
Un’attenzione particolare è stata dedicata al tema dei rifugiati palestinesi in Siria e del rapporto fra la crisi siriana e la situazione palestinese. E’ un’infamia che le associazioni ed i comitati italiani “pro-Palestina” tacciano sulle violenze commesse dal regime contro i Palestinesi in Siria, violenze che hanno già provocato più di 1.300 morti (circa cinque volte quelli provocati da Israele nello stesso lasso di tempo), 2.000 prigionieri (di molti dei quali non si sa nemmeno se siano ancora vivi), centinaia di migliaia di sfollati e distruzioni incalcolabili nei campi, a partire da quello di Yarmouk, una volta il più grande campo di rifugiati palestinesi. Nonostante la propaganda di certi “filo palestinesi” italiani, la storia del regime siriano è costellata di eventi sanguinosi nei confronti dei Palestinesi, dalla strage di Tall el Zaatar alla “guerra dei campi” nel Libano dei primi anni 80.
Quanto alla vocazione “antisionista ed antimperialista” del regime del clan Assad, è stato sufficiente ricordare che Israele non ha mai potuto contare su un confine tranquillo e pacificato come quello con la Siria, da quaranta anni il più sicuro per lo Stato ebraico, mentre i servizi di sicurezza siriani hanno collaborato a lungo con quelli U.S.A. ed occidentali nella “lotta al terrorismo”, prestandosi – come quelli egiziani, tunisini e giordani – a fare quel lavoro sporco (leggi: assassinii e torture) difficile da svolgere apertamente nelle nostre democrazie. Il tutto, senza dimenticare i 25.000 soldati inviati da Hafez Assad nell’aggressione occidentale del 1991 contro l’Irak, il secondo contingente dopo quello statunitense.
Bilancio positivo, dunque, soprattutto alla luce della volontà di andare avanti nella costruzione di un sostegno attivo al popolo siriano, attraverso la fondazione di un comitato che anche a Roma sviluppi informazione e solidarietà.

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