TREDICI TESI SULLA SIRIA… E NON SOLO.

freedom_and_peace_for_syria_and_palestine

Germano Monti

Alla luce degli ultimi sviluppi della crisi siriana e della carenza di dibattito in merito, ho ritenuto utile fissare alcuni elementi che – dal mio punto di vista – possano aiutare a fare chiarezza sugli avvenimenti in corso, non soltanto in Siria. Da più di due anni, il Vicino Oriente è scosso da poderosi movimenti di trasformazione, la cui natura e la cui forza sono state troppo spesso da noi misconosciute o sottovalutate. Gli accadimenti in Siria costituiscono il punto di precipitazione di un dibattito non più rinviabile, segnato sino ad ora da anacronistici arroccamenti ideologici e da silenziosi opportunismi, questi ultimi solo parzialmente giustificabili dal clima terroristico provocato da chi – contro ogni evidenza – ha presentato la rivolta del popolo siriano come un gigantesco complotto geopolitico per il rovesciamento di un regime non solo “antimperialista”, ma anche “laico” e addirittura “socialista”.
L’obiettivo di questo documento è, da un lato, quello di prospettare una lettura degli avvenimenti siriani e mediorientali diversa sia dalle vulgate presuntamente geopolitiche, sia dalle banalizzazioni eurocentriche sulla divisione lungo direttrici confessionali o sulla dicotomia laici versus fondamentalisti. Dall’altro lato, si intende proporre un terreno di convergenza per l’iniziativa politica, solidale ed internazionalista, vale a dire il sostegno alle forze progressiste e non settarie che operano nel Vicino Oriente, in Siria, nella Palestina occupata, in Egitto, ovunque vi sia un popolo che lotta contro l’oppressione in tutte le sue forme. Buona lettura.
 

1) Nella primavera del 2011, in Siria si è sviluppato un movimento di massa per la democrazia, la libertà e la dignità negate per decenni dal regime autoritario e corrotto del clan Assad. Tale movimento si è espresso per mesi attraverso manifestazioni pacifiche, scioperi, iniziative della società civile e denunce degli attivisti per i diritti umani.

2) Il movimento sviluppatosi in Siria è espressione del generale risveglio delle masse arabe, manifestatosi in varie forme e con diversa intensità nella maggior parte dei Paesi del Maghreb e del Mashreq, trovando le sue espressioni più alte nelle rivoluzioni in Tunisia ed Egitto.

3) Il regime siriano ha risposto alle istanze del movimento scatenando una repressione inaudita per ferocia ed assenza di scrupoli. Una repressione infinitamente più violenta di quelle messe in atto dai regimi tunisino ed egiziano, gestita sia dai servizi di sicurezza che dalle milizie confessionali del regime. Già dopo i primi mesi del movimento, i morti si contavano a migliaia e gli arresti arbitrari, le torture disumane e le sparizioni a decine di migliaia.

4) A differenza di quanto avvenuto in Libia, la cosiddetta comunità internazionale non ha mai avuto alcun reale interesse a promuovere un regime change. Il regime di Assad ha più volte collaborato attivamente con l’imperialismo occidentale, anche partecipando massicciamente all’aggressione internazionale contro l’Irak nel 1991, ed ha garantito per quaranta anni il confine più stabile e sicuro dello Stato di Israele, tentando a più riprese di distruggere l’autonomia e l’indipendenza del movimento di liberazione nazionale del popolo palestinese, dalla strage di Tall El Zaatar del 1975 alla “Guerra dei Campi” della prima metà degli anni 80. L’ospitalità ed il sostegno offerti ad alcune organizzazioni palestinesi negli ultimi anni avevano ed hanno caratteristiche di mera strumentalità e sono finalizzati all’utilizzo della questione palestinese nei rapporti con Israele e gli altri Stati arabi nell’esclusivo interesse della perpetuazione del potere del clan Assad.

5) La nascita e la diffusione di una resistenza armata in Siria è stata la conseguenza diretta ed inevitabile della bestiale repressione operata dal regime di Damasco. Il popolo siriano – come tutti i popoli del mondo – ha il diritto di ribellarsi contro l’oppressione con ogni mezzo necessario. Quando ogni spazio di espressione democratica e pacifica viene chiuso con la violenza ed il terrorismo di Stato, la lotta armata diventa uno forma assolutamente legittima di resistenza.

6) La precipitazione della crisi siriana in conflitto armato ha aperto varchi per l’inserimento di interessi stranieri, segnatamente da parte di altri Stati della regione, come la Turchia, l’Arabia Saudita e il Qatar, interessi che sono andati a sommarsi e contrapporsi a quelli delle potenze già presenti in Siria, in quanto alleate e complici del regime del clan Assad: Russia, Iran e Cina, oltre ai movimenti settari e fondamentalisti sciiti di Libano ed Irak. Tuttavia, mentre il sostegno ad alcune formazioni fondamentaliste sunnite anti-Assad non è andato oltre – per espressa volontà statunitense – la fornitura di armi leggere ed equipaggiamenti ausiliari, il regime di Damasco ha potuto contare sui massicci rifornimenti di armi pesanti da parte della Russia, nonché sulla partecipazione al conflitto di migliaia di miliziani libanesi sciiti di Hezbollah, di sciiti irakeni dell’organizzazione di Moktada Al Sadr e di altri, provenienti anche dall’esterno del mondo arabo, per esempio dal Pakistan.

7) La confessionalizzazione e la militarizzazione del conflitto – obiettivi tenacemente perseguiti dal regime di Assad – rischiano di costituire una linea di frattura nel mondo arabo e islamico che va ben oltre i confini siriani. Soprattutto, confessionalizzazione e militarizzazione non possono che oscurare gli obiettivi e le finalità del movimento rivoluzionario del popolo siriano, consegnandone le sorti ad attori esterni, che perseguono strategie proprie, estranee e nemiche del popolo siriano e del suo diritto alla democrazia ed alla dignità.

8) Nel quadro generale della tragedia siriana, la situazione dei rifugiati palestinesi costituisce un risvolto particolarmente drammatico. I Palestinesi sono stati attaccati sin dall’estate del 2011 dall’esercito e dalle milizie del regime per la loro partecipazione alle manifestazioni pacifiche e per l’aiuto umanitario fornito disinteressatamente ai Siriani vittime della violenza di Stato. Con la complicità dei collaborazionisti del sedicente Fronte Popolare – Comando Generale (organizzazione assente da decenni nella lotta contro Israele e l’occupazione sionista della Palestina), i campi palestinesi sono stati bombardati e posti sotto assedio, costringendo decine di migliaia di Palestinesi all’esodo forzato, insieme alle centinaia di migliaia di Siriani vittime dello stesso destino. I Palestinesi assassinati dalle forze del regime dall’inizio della rivoluzione sono quasi 1.500, quattro o cinque volte il numero di quelli uccisi dagli occupanti israeliani nello stesso arco di tempo in Palestina. I Palestinesi detenuti nelle galere del regime sono più di 2.000. Il silenzio di gran parte dell’attivismo italiano sulla sorte dei rifugiati palestinesi in Siria è semplicemente immorale.

9) La sinistra italiana, i movimenti e l’associazionismo solidale hanno, nel loro complesso, mostrato un atteggiamento scarsamente attento verso i movimenti arabi e, in particolare, verso la rivoluzione siriana. Se si eccettua il prezioso lavoro di alcune minoranze di attivisti e di alcuni intellettuali, non è stato effettuato un lavoro di analisi all’altezza della situazione, spesso rifugiandosi in visioni superficiali, quale quella dello scontro fra “laici” e “integralisti”, senza alcuna lettura in termini di dinamiche sociali, di classe e di emancipazione della società. Per quanto riguarda la vicenda siriana, una parte della sinistra italiana ha addirittura sposato la tesi – di matrice fascista – del complotto imperialista contro il regime laico e socialista (!) del clan Assad, presentando sin dall’inizio il movimento popolare come un’operazione di destabilizzazione eterodiretta ed operata da elementi stranieri infiltrati in Siria. Questo settore – riconducibile politicamente al PdCI e ad un arcipelago di gruppuscoli più o meno stalinisti – ha operato convergenze politiche e di iniziativa con forze dell’estrema destra fascista e nazista nella difesa del regime del clan Assad, con la partecipazione attiva anche di elementi accreditati negli ambienti pacifisti ed ambientalisti. Da questi settori si è sviluppata una campagna sistematica di disinformazione sugli avvenimenti siriani e di delegittimazione del movimento popolare, agitando lo spettro di un’aggressione della NATO “come in Libia”, fino a paventare un’inverosimile invasione della Siria da parte degli eserciti occidentali. Questa black propaganda – animata anche da razzismo islamofobico ed antisemitismo – ha ulteriormente complicato l’analisi e l’iniziativa nei confronti della rivoluzione siriana, provocando confusione e disorientamento.

10) E’ giunto il momento di assumere con forza ed onestà intellettuale iniziative concrete di solidarietà con il popolo siriano, ricollocandone le vicende nel contesto dei movimenti di liberazione che scuotono il mondo arabo, a partire dalla resistenza palestinese contro l’occupazione sionista. Parliamo di un contesto profondamente mutato, dove la nostra stella polare è il diritto dei popoli all’autodeterminazione ed alla rivolta contro ogni forma di dittatura ed oppressione. Un contesto dove i diritti umani, civili e sociali costituiscono il primo discrimine.

11) Il naturale riferimento della solidarietà con il popolo siriano sono le realtà della società civile, gli attivisti per i diritti umani, le popolazioni vittime della violenza del regime e dei suoi alleati, i movimenti e le organizzazioni che rifiutano il settarismo e il confessionalismo.

12) La solidarietà con il popolo siriano e la sua rivoluzione è naturalmente avversa ad ogni intervento militare da parte delle potenze straniere, mentre riconosce pienamente il diritto della resistenza popolare a combattere il regime anche con le armi, nella consapevolezza che la condizione migliore per il dispiegamento delle potenzialità rivoluzionarie è la lotta di massa e popolare.

13) Costruire in Italia un movimento di solidarietà con il popolo siriano e la sua lotta di liberazione è una necessità politica, realizzabile attraverso la stretta connessione con il sostegno alla lotta di liberazione del popolo palestinese ed ai movimenti popolari che attraversano il mondo arabo, dalla Tunisia all’Egitto, fino al piccolo e dimenticato Bahrein. Alla luce della situazione delineatasi nel nostro Paese ed accennata nella tesi 9, le discriminanti di fondo sono la condanna senza appello del regime fascista e mafioso del clan Assad ed il sostegno ai settori democratici e progressisti dell’opposizione siriana, nel rifiuto di ogni deriva etnica e/o confessionale, peraltro estranee alla storia ed alla cultura del popolo siriano.

 

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