PALESTINESI DI SERIE B

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Di Germano Monti

Seconda parte

Qui in Italia abbiamo di fronte una parte infinitesimale della tragedia dei rifugiati palestinesi costretti ad una seconda Nakba, ad un nuovo esilio forzato, dopo quello imposto dalla pulizia etnica israeliana nel 1948/49. Al massimo, qualche decina di persone, richiedenti asilo, parcheggiate in centri di accoglienza che di accogliente non hanno proprio nulla, insieme a Siriani, Eritrei, Somali e persone provenienti dal altri Paesi dove guerra e violazione dei diritti umani sono la regola.
I Palestinesi provenienti dalla Siria, come i loro compagni di sventura, non hanno intenzione di fermarsi in Italia. Per loro, come per molti altri, il nostro Paese dovrebbe essere solo la tappa di un viaggio destinato a concludersi in nazioni nordeuropee, principalmente la Svezia, ma anche la Germania o l’Olanda. Quei Paesi sono i più ambiti perché presentano condizioni di accoglienza migliori di quelle italiane, oltre ad ospitare comunità siriane più numerose e strutturate rispetto a quella, piuttosto piccola, presente in Italia.
Il problema è che Paesi come l’Italia e la Grecia rappresentano un punto di passaggio obbligatorio per chi raggiunge l’Europa dal Vicino Oriente con mezzi di fortuna, e, come già detto, la normativa europea impone che i profughi chiedano asilo politico o umanitario nel primo Paese dove arrivino e vengano identificati. Il risultato è che i Siriani ed i Palestinesi che transitano per l’Italia o la Grecia con l’intenzione di raggiungere altri Paesi, cercano in tutti i modi di non essere identificati, per non essere costretti a fermarsi in luoghi dove sanno di non trovare le opportunità e le prospettive desiderate.
I Siriani e i Palestinesi che hanno chiesto asilo politico o umanitario in Italia sono un migliaio, dunque ben poca cosa rispetto ai 30.000 che lo hanno già ottenuto in Germania, Paese che si appresta a riconoscerne altri 15.000. Di fronte a queste cifre, appare veramente incredibile come da alcune parti si continui a gridare all’invasione, quando la vera questione sarebbe quella di attrezzarsi per accogliere uomini, donne e bambini provenienti – letteralmente – dall’inferno in terra. Invece, le condizioni dei richiedenti asilo siriani e palestinesi in Italia sono talmente al di sotto della decenza che non è raro il caso si verifichi la seguente situazione. (altro…)

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PALESTINESI DI SERIE B

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Di Germano Monti

Prima parte

I numeri parlano chiaro, per chi ha voglia di ascoltare: fra il 2011 e il 2013, Israele ha assassinato 118 Palestinesi, una settantina dei quali nella sola operazione “Pillars of Cloud”, i bombardamenti su Gaza del novembre 2012. Nello stesso lasso di tempo, i bombardamenti e le altre operazioni militari di Israele hanno costretto ad abbandonare le proprie case 3.489 Palestinesi. Sono numeri impressionanti, che dall’inizio di questo nuovo anno sono ulteriormente cresciuti.
Fra il 2011 ed il 2013, il regime siriano del clan Assad ha assassinato 1.807 rifugiati palestinesi e ne ha costretti ad abbandonare le proprie case 299.200. Il rapporto fra i Palestinesi uccisi dal regime di Assad e quelli uccisi da Israele è, dunque, di 15 a 1. Ripeto, a costo di apparire pedante: per ogni Palestinese assassinato a Gaza o in Cisgiordania dalle truppe di occupazione israeliane, le truppe e le milizie del regime siriano ne hanno assassinati 15. Anche nel caso dei rifugiati palestinesi in Siria, dall’inizio del 2014 il numero dei morti e degli sfollati non ha fatto che aumentare.
Sempre in tema di numeri, la solidarietà dei movimenti “filopalestinesi” in Italia nei confronti dei rifugiati palestinesi in Siria è stata molto vicina allo zero. Alcune associazioni si sono impegnate nell’assistenza ai profughi siriani e siro-palestinesi nei Paesi confinanti, in particolare in Libano ed in Giordania: l’Associazione per la Pace, l’associazione Zaatar e Un ponte per… hanno dato vita a raccolte di fondi ed a missioni umanitarie, ma nessun movimento “filopalestinese” si è associato a queste iniziative, e nemmeno ne ha prodotte altre. Anzi, alcuni si sono schierati – più o meno apertamente – con il regime siriano, omettendo ogni informazione sulla tragedia dei rifugiati palestinesi in Siria o, addirittura, diffondendo la disinformazione del regime e dei suoi ascari palestinesi, a partire da quel Fronte Popolare – Comando Generale, guidato da Ahmed Jibril, che non conduce un’azione contro Israele dal lontano 1987, dedicandosi quasi esclusivamente al controllo poliziesco per conto del regime nei campi dei rifugiati, in Siria ed anche in Libano. (altro…)

LE RIVOLUZIONI ARABE E LA PALESTINA: IL DIBATTITO A ROMA

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Nel pomeriggio di giovedì 22 maggio, nell’aula autogestita degli studenti di Fisica dell’università romana “La Sapienza”, si è volta la conferenza “Le rivoluzioni arabe e la Palestina”, tappa romana di un tour europeo promosso dal Palestinian Youth Movement (PYM). Il dibattito è stato introdotto e coordinato dal Prof Wassim Dahamash ed ha visto gli interventi di giovani attivisti provenienti dalla Palestina occupata, dalla Giordania e dalla Tunisia, mentre sulla situazione in Siria ha preso la parola il giornalista Fouad Roueiha. Il rappresentante egiziano del movimento non ha potuto essere presente, a causa di problemi con il visto, ma ha inviato un intervento scritto.
Nella sua introduzione, il Prof. Dahamash ha smontato l’interpretazione delle “primavere arabe” come di un grande complotto delle potenze imperialiste, definendo questa interpretazione come “non seria” e inquadrando nella giusta prospettiva storica e geopolitica i tentativi di interferenza nei movimenti da parte delle potenze globali e regionali, anche ricorrendo ad alcuni precedenti storici. Dopo gli interventi dei giovani, si è aperto un dibattito, dove un paio di esponenti della sedicente Rete No War hanno tentato di riaffermare la solita teoria del complotto contro la Siria, riproponendo il logoro paragone con la vicenda libica. La risposta dei giovani arabi a questi interventi è stata netta e, a tratti, veemente, come si vede nel video integrale del dibattito, linkato qui sotto, al termine dell’articolo.

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L’iniziativa è stata molto interessante ed ha portato molti elementi utili per rinnovare e rilanciare il dibattito e l’iniziativa sulla Palestina, sul mondo arabo e mediterraneo, dibattito da troppo tempo paralizzato o limitato a cerchie ristrette di attivisti e intellettuali. La partecipazione di decine di studenti universitari è stata un altro degli aspetti positivi di una giornata che ha segnato in modo inequivocabile un salto di qualità.

Il link al video integrale: http://bambuser.com/v/4641579

ROMA, 22 MAGGIO: CONFERENZA “LE RIVOLUZIONI ARABE E LA PALESTINA”

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GIOVEDI’ 22 MAGGIO, a ROMA, ore 16.00, Facoltà di Fisica, Università “La Sapienza”

Tappa Romana del tour europeo della Conferenza dei Giovani Arabi: Le rivoluzioni Arabe e la Palestina. L’evento è promosso dal Palestinian Youth Movement ed organizzato a Roma da Giovani Palestinesi in collaborazione con Collettivo Fisica AteneinRivolta Sapienza

Con giovani attivisti da Palestina Giordania Egitto Tunisia e con la partecipazione del prof Wasim Dahmash

Nel dicembre 2012 il Movimento dei Giovani Palestinesi (PYM) ha indetto la prima Conferenza dei Giovani Arabi per la Liberazione e la Dignità. Alla conferenza hanno partecipato rappresentanti giovanili appartenenti a partiti e movimenti di tutti gli indirizzi ideologici presenti nel Medio Oriente e Nord Africa, da Bahrein, Giordania, Siria, Libano, Palestina, Egitto, Tunisia, Algeria, Marocco, Yemen ma anche giovani Palestinesi della Diaspora, da Svezia, Danimarca, Francia, Stati Uniti. 
E’ stata la prima vera iniziativa regionale volta a coordinare la mobilitazione politica nel mondo arabo, con una partecipazione completamente trasversale ed inclusiva, e che ha infatti riscosso un largo successo in tutta l’area ed anche tra le comunità arabe in Europa ed America.
La conferenza ha ribadito che la lotta della Palestina e la lotta del mondo arabo nella sua interezza devono essere combattute in modo congiunto, nella piena convinzione che la liberazione della Palestina e la liberazione del mondo arabo dal neo-colonialismo e dall’imperialismo (in qualsiasi forma essi si manifestino) sono intrinsecamente legate tra loro e interdipendenti.
Crediamo che queste importanti riflessioni sulla centralità della causa palestinese debbano essere riproposte nel dibattito e negli scambi non solo tra giovani palestinesi e giovani arabi ma all’interno delle dinamiche di tutto l’attivismo politico contemporaneo e particolarmente in Europa, ed in Italia, data la vicinanza geografica e l’impegno politico dei movimenti di solidarietà per la Palestina e per il mondo Arabo. Per questo sono state organizzate in Italia ed in altri paesi europei una serie di incontri con attivisti che hanno partecipato e contribuito al successo della Conferenza e che continuano a lavorare per garantire un radicale cambiamento nel mondo arabo per una regione libera dal neocolonialismo, per una Palestina finalmente libera dal sionismo e per dignità per tutto il popolo arabo.
L’incontro vuole essere non solo una occasione per le generazioni più giovani di conoscere da vicino la realtà del Medioriente ma di intraprendere una riflessione allargata e partecipata per tentare di capire quale è il futuro per la Palestina in una regione in trasformazione

 

 

 

Intervista con Wesam Sabaaneh, Jafra Foundation: a Yarmouk i civili sono in estrema sofferenza

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“Oggi l’abitante di Yarmouk passa le sue giornate alla ricerca di cibo. C’è chi raccoglie erbe dai prati, e finora abbiamo registrato 5 decessi a causa dei cecchini del regime che prendono di mira i campi. Gli altri girano per Yarmouk, esplorando anche le case abbandonate alla ricerca di cibo, di una manciata di riso o farina, qualche spezia o qualunque cosa si possa mangiare. Così trascorrono le loro vite.”

Di Fouad Roueiha

Il 15 Maggio è la giornata in cui il popolo palestinese ricorda la Nakba (catastrofe), cioè la nascita dello stato di Israele, la contestuale distruzione di villaggi ed espulsione di centinaia di migliaia di persone, era il 1948. Ogni anno in questa data simbolica si svolgono commemorazioni in ogni parte del mondo, animate dai palestinesi della diaspora e dai tanti movimenti di solidarietà che questo popolo martoriato ha saputo far nascere ad ogni latitudine.
Quest’anno a Roma c’è chi ha scelto di celebrare la Nakba del 1948 accendendo i riflettori su quella di oggi: buona parte dei rifugiati palestinesi in Siria sono stati costretti a fuggire di nuovo ed è notizia del 6 maggio che il Libano ha cominciato a respingerli verso il paese in guerra. I 2 volte profughi del resto hanno chiaro di chi è la responsabilità di questo revival storico, come dimostrano i roghi di aiuti umanitari offerti dall’alleato di Assad Hizbullah accesi dai siro-palestinesi, che hanno scelto gli stenti piuttosto che accettare l’aiuto del movimento che si dichiara campione della resistenza anti-sionista. (http://www.dailystar.com.lb/News/Local-News/2013/Jun-06/219614-for-second-time-palestinians-from-syria-torch-hezbollah-aid.ashx#axzz314Ty2MCA ). Il luogo simbolo della nuova Nakba contemporanea è Yarmouk.

Quello di Yarmouk, a Damasco, è il più grande campo profughi palestinese in Medio Oriente. Dopo una prima fase in cui era rimasto relativamente ai margini degli accadimenti in Siria, il campo è oggi una zona di guerra stretta d’assedio dalle forze lealiste. Ma Yarmouk è anche il cuore di una battaglia intorno al senso stesso della rivolta siriana ed al ruolo che il clan Assad ha giocato e gioca rispetto alla causa palestinese, tema dirimente per ottenere il sostegno delle masse arabe e dei movimenti filopalestinesi in tutto il mondo. Stando ai media di regime, gli attacchi e l’assedio sono dovuti alla presenza di estremisti islamici asserragliati nel campo, mentre i ribelli parlano del deliberato utilizzo della fame come arma di guerra per piegare la volontà dei residenti del campo, ormai ridotti ad una frazione di quelli che erano presenti tre anni fa. Anche nella retorica del Ba’ath e di Assad la questione palestinese riveste un ruolo fondamentale: la resistenza contro il nemico sionista è la motivazione addotta per 40 anni ed oltre di leggi d’emergenza, di limitazione dei diritti civili e politici, per la mancanza di riforme che il rais ha più volte promesso ma non avrebbe potuto realizzare a causa delle pressioni internazionali. Una narrativa talmente forte da nascondere i crimini a danno dei palestinesi di cui Hafez Al Assad e poi il figlio Bashar si sono macchiati (vedi http://wewritewhatwelike.com/2012/02/24/la-storia-degli-al-assad-perche-il-governo-siriano-non-e-anti-imperialista-e-nemmeno-anti-sionista/). L’assedio e gli attacchi a Yarmouk sono stati ignorati dai movimenti filopalestinesi finchè non sono emerse le prime immagini dei morti per fame e di bambini in fin di vita. Dopo alcune pressioni e grazie a trattative svoltesi durante la conferenza di Ginevra 2, l’ Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR) è stato autorizzato a recapitare alcune scorte alimentari nel campo, ma l’operazione è stata ostacolata da scontri a fuoco che hanno preso in mezzo le carovane umanitarie. La foto di una folla sterminata in fila tra le macerie di quello che era un fiorente quartiere damasceno per ricevere del cibo hanno impressionato il mondo, rendendo impossibile continuare ad ignorare la tragedia umanitaria in corso.

Per capire meglio la situazione a Yarmouk abbiamo deciso di sentire chi conosce il campo in persona: Wesam è un giovane palestinese è attivo nella Jafra Foundation, una ONG umanitaria che lavora nel campo profughi di Yarmouk.

Cominciamo col dire cos’è Yarmouk…

Il campo di Yarmouk è nel sud di Damasco, si estende su 7 km² ed è vicino a quartieri centrali come Zahira e Midan, insomma è parte del tessuto urbano della capitale. Prima dell’inizio della rivolta aveva quasi 700.000 abitanti, 220.000 d’origine palestinese, gli altri siriani. Il campo è stato costruito nel 1957, la maggioranza dei palestinesi che ci vivono sono i discendenti dei profughi del ’48, sopratutto dal nord della Palestina, cui si sono aggiunti quelli del ’67 e quelli arrivati dalla Giordania nel ’70.
Prima della rivoluzione siriana Yarmouk era un’area economicamente molto dinamica, era considerato la capitale della diaspora palestinese. Qui avevamo un grande mercato, c’era un gran fervore non solo commerciale, ma anche politico e sociale; una vivacità culturale che ne faceva uno dei principali centri culturali di Damasco, la zona in cui avevano luogo eventi e festival. Molti artisti famosi vengono da Yarmouk. Era un quartiere come gli altri, ma particolarmente vivace economicamente, le strade erano piene di negozi e ristoranti frequentati da tutti i damasceni. Nei giorni di festa si faceva fatica a camminare per le strade per quanto erano affollate. Un quartiere vivo e considerato molto sicuro. (altro…)

1948 – 2014: LA NAKBA DI IERI E QUELLA DI OGGI

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GIOVEDI’ 15 MAGGIO, ALLE 16.30, a Roma. allo spazio occupato COMMUNIA, in Viale dello Scalo San Lorenzo n. 33,

DIBATTITO PUBBLICO

“LA NAKBA DEL XXI SECOLO. YARMOUK E’PALESTINA!”

Intervengono:

Cinzia NACHIRA – Rivista “Jura Gentium”

Domenico CHIRICO – Un ponte per…

Iyad HAFEZ – Presidente della Comunità Araba di Perugia

Ali – Rifugiato palestinese da Yarmouk

Germano MONTI – Comitato Romano di Solidarietà con il Popolo Siriano

Renato SCAROLA – Comune Umanista Socialista

Coordina Fouad Roueiha

Proiezione del video realizzato dai rifugiati di Yarmouk appositamente per questa iniziativa

A seguire, dalle 20.30, cena siriana-palestinese a sottoscrizione in Via di Porta Labicana n. 56a

 

Quello di Yarmouk, a Damasco, è il più grande campo dei rifugiati palestinesi, quelli che la pulizia etnica israeliana costrinse ad abbandonare le proprie case e la propria terra in quella che i Palestinesi definiscono la “Nakba”, la “Catastrofe”, vale a dire la nascita dello Stato di Israele su un territorio di gran lunga superiore a quello che prevedeva la Risoluzione 181 delle Nazioni Unite.
La storia dei rifugiati palestinesi è costellata di episodi di violenza, persecuzione e veri e propri massacri ad opera non solo delle forze israeliane, ma anche da parte di quei regimi arabi che si sono sempre venduti l’immagine di sostenitori della causa palestinese, dal “Settembre Nero” in Giordania alle stragi di Tall El Zaatar e della “Guerra dei Campi” in Libano, ad opera di milizie libanesi palestinesi alle dipendenze del regime del clan Assad, tuttora al potere in Siria.
Dall’inizio della rivoluzione in Siria, più di tre anni fa, i rifugiati palestinesi sono stati solidali e partecipi con la lotta dei loro fratelli del popolo siriano. Per questo motivo,  il regime di Assad, che ha risposto con la guerra alle manifestazioni pacifiche della popolazione nel 2011, dopo aver perso il controllo del campo di Yarmouk, lo ha trasformato in terreno di battaglia, come tutte le città ed i villaggi siriani, stringendolo in un assedio sempre più feroce, fino a sigillarlo completamente nel luglio dello scorso anno.
I Palestinesi assassinati in Siria dalle forze del regime sono ormai più di 2.200 (circa sei volte quelli uccisi dagli Israeliani nello stesso lasso di tempo), più della metà dei quali residenti a Yarmouk. Da quando il regime, lo scorso dicembre, ha imposto anche il blocco all’ingresso nel campo dei generi alimentari, a Yarmouk sono morti per fame e disidratazione più di 200 rifugiati palestinesi.

***

La situazione a Yarmouk e negli altri campi palestinesi in Siria è talmente drammatica che non è esagerato parlare di una seconda “Nakba”. La popolazione di Yarmouk si è ridotta da 150.000 residenti a meno di 30.000 e si calcola che gli sfollati dai campi siano più della metà dei circa 500.000 Palestinesi precedentemente residenti in Siria: solo in Europa, alla fine dello scorso anno, erano arrivati almeno 30.000 rifugiati palestinesi provenienti dalla Siria, mentre altre decine di migliaia sono andati a cercare scampo in Turchia, Libano, Giordania, Egitto e persino nella Striscia di Gaza.
A fronte di questa tragedia, l’iniziativa da parte dei movimenti di solidarietà con il popolo palestinese è stata del tutto assente, salvo eccezioni tanto lodevoli, quanto rare. La complessità della crisi siriana e la persistenza di pregiudizi ideologici accecanti hanno indotto molti al silenzio, quando non all’aperta complicità con il regime siriano, considerato – contro ogni evidenza -“antimperialista” e addirittura “socialista”.
Questo silenzio è inaccettabile. Questo silenzio è una ferita nel corpo del movimento di solidarietà con il popolo palestinese. Questo silenzio deve finire.
Come soggetti impegnati nella solidarietà con il popolo siriano, il popolo palestinese e con tutti i popoli in lotta per la libertà e la dignità, invitiamo tutte e tutti gli amici della Palestina, della pace e della giustizia a parlare di Yarmouk, dei rifugiati palestinesi e della necessità di costruire insieme sostegno e solidarietà. Perché anche Yarmouk è Palestina. 

Comitato Romano di Solidarietà con il Popolo Siriano

 

 

SIRIA: NOVE PALESTINESI TORTURATI A MORTE DAL REGIME NELLE ULTIME 48 ORE

Nove Palestinesi sono stati torturati a morte dal regime siriano nel corso delle ultime 48 ore. La Lega Palestinese per i Diritti Umani – Siria ha comunicato che il numero dei Palestinesi uccisi dalla tortura nelle prigioni del regime ha raggiunto le 183 vittime, 25 delle quali nel solo ultimo mese di aprile.
Qui sotto, ancora una volta, abbiamo elencato i nomi degli ultimii assassinati. Questi uomini sono stati massacrati negli ultimi due giorni. Per qualcuno di loro, le foto sono accompagnate dai nomi, per altri no.  Comunque, ogni nome rappresenta un Palestinese che non è stato solo assassinato ma anche sottoposto a tormenti inimmaginabili.
Gloria ai martiri, vergogna al silenzio.

Fonte: http://beyondcompromise.com/2014/05/01/9-palestinians-tortured-to-death-in-regime-prisons-in-48-hours

amar-ahmad

Ammar Ahmed Abu Rashid

BROTHERS

I fratelli Mohammad Abdullah e Ahmad Abdullah

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Abdullah Suleiman Zatoot

I nomi di altri quattro martiri: Omar Hamdan, Amer Hamdan, Samir Hamdan , Bilal Shehady