Intervista con Wesam Sabaaneh, Jafra Foundation: a Yarmouk i civili sono in estrema sofferenza

yarmouk 1

“Oggi l’abitante di Yarmouk passa le sue giornate alla ricerca di cibo. C’è chi raccoglie erbe dai prati, e finora abbiamo registrato 5 decessi a causa dei cecchini del regime che prendono di mira i campi. Gli altri girano per Yarmouk, esplorando anche le case abbandonate alla ricerca di cibo, di una manciata di riso o farina, qualche spezia o qualunque cosa si possa mangiare. Così trascorrono le loro vite.”

Di Fouad Roueiha

Il 15 Maggio è la giornata in cui il popolo palestinese ricorda la Nakba (catastrofe), cioè la nascita dello stato di Israele, la contestuale distruzione di villaggi ed espulsione di centinaia di migliaia di persone, era il 1948. Ogni anno in questa data simbolica si svolgono commemorazioni in ogni parte del mondo, animate dai palestinesi della diaspora e dai tanti movimenti di solidarietà che questo popolo martoriato ha saputo far nascere ad ogni latitudine.
Quest’anno a Roma c’è chi ha scelto di celebrare la Nakba del 1948 accendendo i riflettori su quella di oggi: buona parte dei rifugiati palestinesi in Siria sono stati costretti a fuggire di nuovo ed è notizia del 6 maggio che il Libano ha cominciato a respingerli verso il paese in guerra. I 2 volte profughi del resto hanno chiaro di chi è la responsabilità di questo revival storico, come dimostrano i roghi di aiuti umanitari offerti dall’alleato di Assad Hizbullah accesi dai siro-palestinesi, che hanno scelto gli stenti piuttosto che accettare l’aiuto del movimento che si dichiara campione della resistenza anti-sionista. (http://www.dailystar.com.lb/News/Local-News/2013/Jun-06/219614-for-second-time-palestinians-from-syria-torch-hezbollah-aid.ashx#axzz314Ty2MCA ). Il luogo simbolo della nuova Nakba contemporanea è Yarmouk.

Quello di Yarmouk, a Damasco, è il più grande campo profughi palestinese in Medio Oriente. Dopo una prima fase in cui era rimasto relativamente ai margini degli accadimenti in Siria, il campo è oggi una zona di guerra stretta d’assedio dalle forze lealiste. Ma Yarmouk è anche il cuore di una battaglia intorno al senso stesso della rivolta siriana ed al ruolo che il clan Assad ha giocato e gioca rispetto alla causa palestinese, tema dirimente per ottenere il sostegno delle masse arabe e dei movimenti filopalestinesi in tutto il mondo. Stando ai media di regime, gli attacchi e l’assedio sono dovuti alla presenza di estremisti islamici asserragliati nel campo, mentre i ribelli parlano del deliberato utilizzo della fame come arma di guerra per piegare la volontà dei residenti del campo, ormai ridotti ad una frazione di quelli che erano presenti tre anni fa. Anche nella retorica del Ba’ath e di Assad la questione palestinese riveste un ruolo fondamentale: la resistenza contro il nemico sionista è la motivazione addotta per 40 anni ed oltre di leggi d’emergenza, di limitazione dei diritti civili e politici, per la mancanza di riforme che il rais ha più volte promesso ma non avrebbe potuto realizzare a causa delle pressioni internazionali. Una narrativa talmente forte da nascondere i crimini a danno dei palestinesi di cui Hafez Al Assad e poi il figlio Bashar si sono macchiati (vedi http://wewritewhatwelike.com/2012/02/24/la-storia-degli-al-assad-perche-il-governo-siriano-non-e-anti-imperialista-e-nemmeno-anti-sionista/). L’assedio e gli attacchi a Yarmouk sono stati ignorati dai movimenti filopalestinesi finchè non sono emerse le prime immagini dei morti per fame e di bambini in fin di vita. Dopo alcune pressioni e grazie a trattative svoltesi durante la conferenza di Ginevra 2, l’ Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR) è stato autorizzato a recapitare alcune scorte alimentari nel campo, ma l’operazione è stata ostacolata da scontri a fuoco che hanno preso in mezzo le carovane umanitarie. La foto di una folla sterminata in fila tra le macerie di quello che era un fiorente quartiere damasceno per ricevere del cibo hanno impressionato il mondo, rendendo impossibile continuare ad ignorare la tragedia umanitaria in corso.

Per capire meglio la situazione a Yarmouk abbiamo deciso di sentire chi conosce il campo in persona: Wesam è un giovane palestinese è attivo nella Jafra Foundation, una ONG umanitaria che lavora nel campo profughi di Yarmouk.

Cominciamo col dire cos’è Yarmouk…

Il campo di Yarmouk è nel sud di Damasco, si estende su 7 km² ed è vicino a quartieri centrali come Zahira e Midan, insomma è parte del tessuto urbano della capitale. Prima dell’inizio della rivolta aveva quasi 700.000 abitanti, 220.000 d’origine palestinese, gli altri siriani. Il campo è stato costruito nel 1957, la maggioranza dei palestinesi che ci vivono sono i discendenti dei profughi del ’48, sopratutto dal nord della Palestina, cui si sono aggiunti quelli del ’67 e quelli arrivati dalla Giordania nel ’70.
Prima della rivoluzione siriana Yarmouk era un’area economicamente molto dinamica, era considerato la capitale della diaspora palestinese. Qui avevamo un grande mercato, c’era un gran fervore non solo commerciale, ma anche politico e sociale; una vivacità culturale che ne faceva uno dei principali centri culturali di Damasco, la zona in cui avevano luogo eventi e festival. Molti artisti famosi vengono da Yarmouk. Era un quartiere come gli altri, ma particolarmente vivace economicamente, le strade erano piene di negozi e ristoranti frequentati da tutti i damasceni. Nei giorni di festa si faceva fatica a camminare per le strade per quanto erano affollate. Un quartiere vivo e considerato molto sicuro.

Mi dicevi che c’era anche attivismo politico, ma in Siria fare politica era un tabù, la repressione ed il controllo erano capillari. Per i palestinesi era forse diverso?

Mi riferivo all’ attivismo politico riguardo alla causa palestinese, nulla che avesse a che fare con le faccende siriane. Yarmouk era una delle sedi principali di fazioni palestinesi come il Fronte Popolare, Hamas, il Fronte Popolare Comando Generale, la Jihad Islamica, Fatah… l’attività politica che riguardava l’interno del campo e la Palestina era tollerata, ma mai nulla che potesse riguardare la Siria direttamente. Comunque qualche volta venivano coinvolti anche i siriani, in particolar modo quelli che vivevano nel campo, finché si parlava di Palestina non c’erano problemi, ma non bisognava mai avvicinarsi in alcun modo alla politica siriana.

Com’era la convivenza tra siriani e siro-palestinesi? C’era integrazione o c’era invece qualche tendenza alla ghettizzazione?

Tra di noi nessuno notava differenze, viviamo insieme da 50/60 anni. I matrimoni misti sono molto diffusi, ci siamo molto mischiati. Bisogna anche ricordare che spesso la stessa famiglia è a cavallo tra i due Paesi: in passato il nord della Palestina ed il sud della Siria non erano divisi, anche prima della diaspora palestinese già c’erano famiglie e clan che vivevano da entrambi i lati del confine. Non c’è una netta divisione tra siriani, palestinesi, libanesi e giordani, ci sono sempre stati rapporti di amicizia e parentela.

Si dice che all’inizio della rivoluzione i siro-palestinesi nei campi abbiano cercato di restarne fuori…

Non cercavamo di restarne fuori, c’era un grande dibattito sull’opportunità di far entrare il campo di Yarmouk nel cuore della disputa. Qualcuno pensava che l’attivista di Yarmouk che avesse voluto partecipare alla rivoluzione avrebbe dovuto farlo al di fuori del campo, senza coinvolgerlo. Sapevamo che, se Yarmouk fosse stato preso di mira, ci avrebbero colpito in maniera particolarmente pesante e così è avvenuto, purtroppo.
Poi circolava molto l’idea che Yarmouk potesse essere un luogo sicuro per i siriani in fuga e per i feriti, per consentire l’accesso ai farmaci ed al cibo, questo è il ruolo che il campo ha cercato di giocare nei primi due anni. Quando ci sono stati scontri nelle aree di Hajar Al Aswad o Tadamon, Yarmouk era un punto di distribuzione di farmaci ed aiuti, abbiamo accolto i rifugiati. Prima di loro avevamo accolto gente di Homs, tante famiglie, abbiamo aperto dei centri di accoglienza sfruttando le scuole dell’UNRWA (agenzia dell’ONU dedicata ai rifugiati palestinesi N.D.T.) e quelle pubbliche. Il campo era un rifugio sicuro per questa gente, che veniva accolta, nutrita ed ospitata. Da quando il Comando Generale ha spinto alcuni di noi ad armarsi contro l’Esercito Libero, Yarmouk è stato direttamente coinvolto negli scontri, quindi l’Esercito Libero è entrato e siamo entrati nel mirino del regime, come gli altri quartieri della città.

Ho sentito che l’Esercito Libero si è reso responsabile di abusi…

Non è stata una sola parte ad entrare a Yarmouk, ma vari attori tra cui criminali comuni che si mascheravano da rivoluzionari. Un esempio è la “Brigata dei figli del Golan” che di fatto era una banda che si è macchiata di rapimenti ed intimidazioni, hanno bruciato le case di alcune famiglie e ne hanno saccheggiate altre. Questo è durato più o meno sei mesi, poi sono stati cacciati da brigate dell’Esercito Libero costituite da palestinesi ed altre di siriani.

Quali sono le posizioni delle fazioni palestinesi nel campo rispetto alla rivoluzione siriana?

C’è stata una divisione. Da una parte i gruppi legati al Fronte Popolare Comando Generale e Fatah al Intifada (da non confondersi con Fatah) combattono tra le fila dei lealisti. I gruppi vicini a Hamas ed i gruppi indipendenti hanno invece combattuto contro il regime. La divisione in seno ai siro-palestinesi rispecchia quella in seno al popolo siriano.

Quanta gente è rimasta nel campo oggi?

I nostri dati sono un po’ diversi da quelli dell’UNRWA. Secondo noi ci sono tra le 25 e le 30.000 persone, di cui circa 5000 siriani, gli altri sono palestinesi. Ad essere rimasti sono quelli che non hanno nessun altro posto dove andare, non ci sono più posti nei rifugi. Ormai ci sono solo i più poveri tra i poveri palestinesi e siriani, gente che non ha da affittare una casa e non ha trovato posto in centri o accampamenti. C’è chi ha vissuto per un po’ in qualche parco pubblico di Damasco e poi è tornato, c’è chi non è potuto scappare per paura che il figlio venga costretto al servizio militare. C’è chi è qui anche solo perché non ha documenti e quindi non è potuto uscire. A Yarmouk ci sono 30.000 civili, se fossero 30.000 combattenti Damasco sarebbe caduta in 2 giorni, basta usare la logica. Tra gli uomini armati all’interno del campo ci saranno più o meno 1000 palestinesi e all’incirca 500 siriani, questi sono i combattenti dentro il campo. I palestinesi sono originari da Yarmouk stesso ed hanno costituito dei comitati di difesa, non solo e non tanto dal regime, ma anche per la sicurezza interna, perché ormai non ci sono istituzioni, ma solo anarchia. Serve qualcuno che difenda la gente dai ladri, dai rapimenti etc… Insomma, svolgono anche compiti di polizia, qualche volta intervengono persino per sedare problemi familiari.

Ma com’è la situazione umanitaria oggi?

L’assedio parziale di Yarmouk è iniziato nel dicembre 2012. Questo vuol dire che i civili potevano uscire e rientrare con quello che riuscivano a portarsi addosso, ma certo non si potevano far entrare camion di cibo. Dall’inizio dell’assedio siamo riusciti a far entrare solo 4 camion, cosa che è costata l’arresto di alcuni volontari e la morte di Khaled Bakrawi. Nel giugno del 2013 è iniziato l’assedio totale, nessuno può entrare o uscire, né cibo, né medicinali né altre merci possono più entrare nel campo di Yarmouk. Dopo 4 mesi sono iniziati i casi di denutrizione estrema, e la gente ha cominciato a morire. Finora (24 Aprile, N.D.T.) abbiamo registrato 154 casi di morte per fame, senza considerare i casi in cui la fame è una concausa. Il cibo ancora manca, nonostante negli ultimi due mesi ci siano stati tentativi diplomatici, tutto quel che è entrato sono 12.000 cestini alimentari, ciascuno dei quali sufficiente ad una famiglia di 4 persone per 10 giorni. Quindi chiunque l’abbia ricevuto, ormai ha finito la sua scorta. Poi sono entrate 5000 buste alimentari, contenenti marmellata, datteri ed un po’ di pane. I cesti li ha fatti entrare l’UNRWA, mentre le 4000 o 5000 buste le abbiamo portate noi.
Per quanto riguarda le medicine e la situazione sanitaria: prima c’era un solo ospedale funzionante dentro il campo di Yarmouk, l’ospedale Palestina, di cui è stata annunciata la chiusura per mancanza di energia (mazot, una specie di diesel che si usa nei generatori e nelle caldaie N.D.T.): sono quasi 13 mesi che l’elettricità è interrotta all’interno del campo, per cui l’ospedale doveva affidarsi ai generatori. Poi non ci sono farmaci e l’unico medico presente a Yarmouk è rimasto ucciso 6 mesi fa durante un bombardamento, mentre usciva dall’ospedale stesso. Ora i ragazzi che lavorano nell’assistenza sanitaria sono infermieri, lavorano basandosi sull’ esperienza, ma non sono medici né tantomeno specialisti. Il mese scorso siamo riusciti a far uscire dal campo 400 casi urgenti. Durante l’ evacuazione alcuni sono stati arrestati da parte delle forze di sicurezza del regime ed oggi comunque abbiamo dei malati che avrebbero bisogno di essere trasferiti ma non è più possibile far uscire i civili.

Ci puoi raccontare come trascorrono la vita le persone comuni a Yarmouk? Immagino che sia difficile lavorare.

Il lavoro ormai non esiste nel campo, le vie d’ accesso sono chiuse e non c’è alcun movimento commerciale. Il principale problema sono i prezzi stellari del cibo, quel poco che riesce ad entrare di contrabbando. Un mese e mezzo fa un chilo di riso costava circa 12.000 lire siriane, equivalenti più o meno a $70, nell’ultimo mese il prezzo è un po’ sceso ma consideriamo che 3 anni fa costava $1 e nelle zone circostanti il campo continua a costare $1, 70 volte di meno. Qui un litro di mazot costa tra le 600 e le 700 lire siriane, nel resto di Damasco costa 100 lire, ed oltretutto nel campo non si trova. Alcune ONG, tra cui anche la nostra Jafra Foundation, hanno dei progetti di autoproduzione agricola dentro il campo. In inverno non ha funzionato granché perché il clima non ha aiutato, ma ora va meglio.
Oggi l’abitante di Yarmouk passa le sue giornate alla ricerca di cibo. C’è chi raccoglie erbe dai prati, e finora abbiamo registrato 5 decessi a causa dei cecchini del regime che prendono di mira i campi. Gli altri girano per Yarmouk, esplorando anche le case abbandonate alla ricerca di cibo, di una manciata di riso o farina, qualche spezia o qualunque cosa si possa mangiare. Così trascorrono le loro vite.

Quando, nei mesi scorsi, ci sono stati tentativi di introdurre aiuti nel campo ci sono stati attacchi a danno delle carovane ed il regime ha accusato le milizie di opposizione.

Non ci sono stati attacchi diretti, ma qualche volta ci sono state sparatorie di cui non siamo riusciti a capire l’origine. Le due parti si accusano a vicenda: le milzie accusano il Comando Generale ed il Comando Generale accusa gli islamisti armati. In effetti ci sono stati alcuni casi in cui il fuoco delle milizie ha impedito la distribuzione, ma onestamente credo che l’obiettivo non fosse quello: loro sono sotto assedio come gli altri, nessuno si assedia da solo, è più probabile che nel tentativo di combattere le forze lealiste o di rispondere agli attacchi abbiano preso in mezzo le carovane umanitarie.

Infine, vuoi rivolgere un appello all’opinione pubblica italiana?

A Yarmouk ci sono quasi 30.000 persone tra cui 1200 bambini, molti dei quali nati sotto assedio. Io sono stato a Yarmouk tre mesi fa, i bambini non conoscono più i sapori dei cibi, qualcuno sogna di assaggiare le patate o di mangiare dolci o zucchero. Ci sono anziani che avrebbero bisogno di farmaci per la pressione, per il cuore o per il diabete, medicine che altrove sono molto comuni, ma qui mancano e questi anziani stanno morendo. I feriti spesso vengono sottoposti ad amputazioni perché non ci sono gli strumenti per le cure più semplici, mancano farmaci e dottori. Servirebbero i vaccini per i bambini. I problemi sono enormi, i bambini ormai non hanno idea di che cosa sia una vita normale, non sanno immaginare cosa ci sia fuori dal campo. Sognano la luce elettrica, la televisione, cose normali e semplicissime per le persone che vivono a poche centinaia di metri da loro. Questi bambini, questi civili, che colpa hanno per subire tutto questo? Quello che avviene a Yarmouk è contrario a qualunque principio umano, patriottico, a quel “panarabismo” di cui il regime fa una bandiera.

Annunci
I commenti sono chiusi.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: