LA GUARDIA BIANCA

Giulietto Wrangel


Seguo la complessa vicenda ucraina con grande difficoltà. Non ho dubbi rispetto al carattere autoritario, oligarchico e corrotto del regime rovesciato dalla rivolta di Maidan, ma non ne ho neanche nei confronti della cosiddetta alternativa prodottasi, almeno sino a questo momento. Mi sembra evidente, infatti, come un’oligarchia ne stia sostituendo un’altra, spesso nella persona di esponenti del vecchio regime che hanno dovuto fare la sola fatica di cambiare camicia, come il neo-presidente Poroshenko, ex ministro in alcuni governi precedenti di orientamento “filorusso”.
L’Ucraina è il crocevia di importanti processi storici e di interessi geopolitici altrettanto grandi. Il rancore nutrito da gran parte della popolazione nei confronti dei “fratelli maggiori” russi affonda le proprie radici in una lunga storia di sopraffazioni e di politiche semicolonialiste, non dissimili da quelle perseguite per secoli da tante democrazie occidentali nei confronti di alcuni territori sottoposti al proprio dominio. L’Ucraina come cortile di casa di Santa Madre Russia, insomma, nonostante la lunga parentesi sovietica.
Non ho intenzione, in questa sede, di addentrarmi nelle vicende storiche che hanno segnato il rapporto fra il panslavismo russo e l’irredentismo ucraino. Sono più interessato a riflettere su quella singolare forma di rigurgito “antifascista” che sta caratterizzando una parte di quel che resta della sinistra del Paese in cui vivo, un Paese in cui (per motivi che ritengo sia superfluo illustrare) l’antifascismo dovrebbe essere una cosa molto seria.
Lo scorso 17 maggio, l’ex parlamentare europeo Giulietto Chiesa ha promosso una manifestazione “a sostegno dell’Ucraina antifascista”, con l’adesione del pulviscolo dei mini-partiti che si definiscono comunisti: il Partito della Rifondazione Comunista, il Partito dei Comunisti Italiani e la Rete dei Comunisti, insieme ad un certo numero di associazioni collaterali. Fra le adesioni individuali, spiccavano quelle dello storico di orientamento cattolico e conservatore Franco Cardini e di Flavio Pettinari, amministratore della pagina FB “Con l’Ucraina antifascista”, nonché Delegato Ufficiale della Korean Friendship Association per l’Italia, che sarebbe l’associazione di amicizia fra l’Italia e quel modello di democrazia rappresentato dalla Corea del Nord. Dal sito ufficiale dell’associazione, apprendiamo che Pettinari “Nell’ottobre del 2008, a Pyongyang per l’anniversario del Partito del Lavoro di Corea, ha ricevuto dal Comitato per le Relazioni Culturali coi Paesi Esteri del Governo della RPDC il badge di Kim Il Sung, come riconoscimento nei confronti del suo impegno per la promozione dei rapporti con la RPDC. Dal 2008, per un biennio, è stato inoltre agente del’International Korean Business Centre, allo scopo di avviare legami commerciali tra la RPDC e l’Italia”. Complimenti vivissimi.

Questo manipolo di prodi messo su da Giulietto Chiesa ha portato davanti la sede dell’ambasciata ucraina a Roma un centinaio di persone, compresa una pattuglia di donne e ragazze russe, in un tripudio di bandiere della Federazione Russa, di decorazioni zariste del nastro di San Giorgio e di cartelli con la scritta “Ucraina nazista”, questi ultimi piuttosto anacronistici in una manifestazione che si voleva spacciare come a fianco dell’Ucraina antifascista. Il tono degli interventi, a partire proprio da quello di Chiesa, più che antifascista è stato semplicemente filo-russo, esprimendo entusiastico sostegno ai secessionisti delle regioni orientali dell’Ucraina ed alla politica di “zar” Putin, così come avvenuto in analoghe iniziative tenutesi in altre città, da Napoli a Milano.
In effetti, appare chiaro anche all’osservatore meno smaliziato quanto vi sia di strumentale nel dipingere di “antifascismo” quelle che sono esplicite manifestazioni di sostegno alla politica del nuovo zar di Mosca, vista sia come un momento di contrasto all’imperialismo occidentale, sia come la prefigurazione di un nuovo polo strategico euroasiatico, contrapposto a quello a trazione europea e nordamericana. Il fatto che in tutto questo non vi sia nulla che rimandi ad una contrapposizione di sistema (capitalismo versus socialismo) non sembra interessare questi “antifascisti”, e nemmeno i “comunisti” che si prestano a tali sceneggiate avvertono contraddizioni nel sostenere la politica di quel Putin che – non più tardi di qualche mese fa – ha riabilitato pienamente i generali dell’Armata Bianca Vrangel, Denikin e Kolchak, i controrivoluzionari zaristi che fomentarono e condussero la guerra civile contro la Rivoluzione di Ottobre ed i Bolscevichi.
L’antifascismo riscoperto da Chiesa e dai suoi compari non è altro, dunque, che un patetico tentativo di imbellettare il sostegno alla politica di una potenza come la Russia, sostegno accordato per il solo fatto di essere – apparentemente – ostile a quella degli Stati Uniti, tanto è vero che gli stessi personaggi e forze politiche, giusto un anno fa, si guardarono bene dal mobilitarsi contro l’annunciata calata su Roma dei nazifascisti di mezza Europa, che intendevano manifestare nelle strade della capitale il loro sostegno al dittatore siriano Bashar Assad. In quell’occasione, Chiesa & Co., compresi i partitini “comunisti”, si distinsero per il loro mutismo, dovuto (presumibilmente) all’imbarazzo per la sostanziale condivisione con i nazifascisti della posizione sulla Siria di Assad e sul suo grande sponsor moscovita: solo recentemente, infatti, l’area nazifascista si è divisa fra chi tiene fermo il suo sostegno alla Russia neozarista di Putin e chi si è schierato con i camerati dell’estrema destra ucraina.
Naturalmente, gli “antifascisti” Giulietto Chiesa e Flavio Pettinari, mentre gridano alla presenza di neofascisti italiani nelle file delle milizie ucraine, si guardano bene dal denunciare con altrettanta veemenza la speculare presenza di altri neofascisti italiani a sostegno delle sedicenti “repubbliche popolari” dell’est ucraino, ispirate all’ideologia euroasiatista di Alexander Dugin, noto idolo dell’estrema destra russa ed europea, nonché consigliere politico di Putin. In questo contesto, l’impiego di una coreografia “sovietica”, con bandiere rosse, falci e martello e richiami a Lenin e Stalin, appare per quello che è: un miserabile tentativo di confondere le acque, di gabellare per antifascismo e addirittura internazionalismo il puro e semplice servaggio nei confronti di una potenza e del suo governo. Come conseguenza casalinga, questa operazione consente l’allargamento dell’area della melmosa palude rossobruna che già si manifesta da anni nel sostegno al dittatore siriano, anche in questo caso con la convergenza – a volte, persino nelle stesse piazze – di neofascisti e di “antimperialisti”.
Un anno fa, Roma evitò l’oltraggio di un’adunata nazifascista, inneggiante ad un dittatore corrotto e sanguinario, solo grazie alla mobilitazione di piccole forze democratiche ed antifasciste, della comunità siriana libera, di tanti cittadini che sottoscrissero un appello pubblico e – last but not least – all’insediamento del nuovo sindaco Ignazio Marino, poco incline ad inaugurare il suo mandato all’ombra delle insegne di Forza Nuova e Casapound. Se fosse stato per gli “antifascisti” alla Giulietto Chiesa o alla Flavio Pettinari, le strade di Roma avrebbero risuonato del passo dell’oca degli scarponi nazifascisti, alla fine costretti ad una marcetta sul posto in uno spazio gentilmente messo a disposizione da Casapound. Se vuole avere qualche speranza di uscire dal ghetto della marginalità, la sinistra italiana deve avere il coraggio di liberarsi una volta per tutte dalle gabbie mentali che portano a sovrapporre la solidarietà internazionalista con il semplice “antiamericanismo”, riproponendo schemi da guerra fredda e da contrapposizione sistemica che non hanno più alcuna ragione di esistere. Fare chiarezza sugli “antifascisti” targati Putin è un piccolo passo in quella direzione.

Germano Monti

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