TUTTI PAZZI PER PUTIN

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“La Russia di Putin ha assunto, in un certo immaginario collettivo, la dimensione dell’antagonista nei confonti degli U.S.A., essendo identificata – sempre internamente a quell’immaginario collettivo – come una sorta di erede geopolitico dell’Unione Sovietica, e questo ad evidente dispetto della realtà oggettiva, tanto sul piano politico che su quello delle effettive potenzialità e ambizioni”

Negli ultimi anni è andato affermandosi e consolidandosi un sistema di pensiero – che potremmo definire “metapolitico” – che vede nei cosiddetti Paesi emergenti un argine ed un’alternativa all’aggressività ed al bellicismo dell’imperialismo, laddove quest’ultima definizione identifica, sostanzialmente, gli Stati Uniti d’America e, in funzione subordinata o parasubordinata, i loro alleati, dentro e fuori la N.A.T.O.
I Paesi emergenti vengono, a loro volta, identificati in quelli che – a partire dagli anni successivi al crollo dell’Unione Sovietica e del blocco del “socialismo reale” – hanno conosciuto un livello di sviluppo delle proprie capacità produttive e finanziarie tale da renderli politicamente indipendenti dallo strapotere dell’unico Impero sopravvissuto alla Guerra Fredda, vale a dire sempre gli U.S.A. I principali fra questi Paesi vengono definiti unitariamente con l’acronimo BRICS, dalle iniziali di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Oltre a questi, però, nel novero dei Paesi in grado di dispiegare una politica – sia interna che estera – almeno in gran parte autonoma, sarebbe doveroso inserire nazioni quali Argentina e Venezuela in America Latina e Turchia, Arabia Saudita e Iran nel Vicino Oriente.
Appare evidente come non siano possibili generalizzazioni e/o parallelismi di alcun genere, trattandosi di realtà che hanno conosciuto e conoscono storie diverse e livelli diversi di autonomia: la Cina, tanto per fare un esempio, si è affermata come potenza semiglobale già da molti decenni, tanto che la dottrina militare statunitense già nei primi anni 70 del secolo scorso la considerava il solo Paese che, in virtù dell’enorme numero di abitanti, avrebbe potuto affrontare un conflitto nucleare strategico, potendosi permettere di “perdere” anche diverse centinaia di milioni di propri cittadini. A sua volta, l’Arabia Saudita non dispone né del potenziale militare di Russia o Cina, né di una popolazione numerosa, ma il suo potenziale energetico e la sua forza finanziaria, entrambi quasi infiniti, le consentono da anni di esercitare un ruolo molto oltre quello di “semicolonia” dell’Occidente, anche utilizzando con grande spregiudicatezza (che sarebbe meglio definire criminale cinismo) strumenti non convenzionali, come i gruppi armati ispirati al radicalismo islamico salafita.
Nel quadro sommariamente descritto, la Russia di Putin ha assunto, in un certo immaginario collettivo, la dimensione dell’antagonista nei confonti degli U.S.A., essendo identificata – sempre internamente a quell’immaginario collettivo – come una sorta di erede geopolitico dell’Unione Sovietica, e questo ad evidente dispetto della realtà oggettiva, tanto sul piano politico che su quello delle effettive potenzialità e ambizioni. Partendo da quest’ultimo dato, bisogna osservare che, rispetto all’U.R.S.S., la Russia attuale ha perso circa il 20% del territorio e la metà della popolazione, vedendo così drasticamente ridotta la sua capacità strategica. E’ dunque possibile osservare come la politica estera russa abbia ben poco a che vedere con quella dell’ex U.R.S.S., e questo anche senza entrare nel merito della natura della potenza sovietica, che si percepiva e veniva percepita come un’alternativa di sistema e non soltanto come un semplice Stato. La Russia attuale è un Paese capitalista, con un sistema politico semidemocratico, impegnato nella competizione con altri Stati capitalisti, senza l’ambizione di rappresentare un’alternativa sistemica al capitalismo. (altro…)