PACIFISTI IMMAGINARI

Osservazioni stimolate dall’articolo di Francesca Borri “Perchè i pacifisti in Occidente non manifestano contro Assad”.

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Ma davvero, come ha scritto tempo fa su Internazionale Francesca Borri, i pacifisti italiani stanno con Assad? Certo, l’indifferenza mostrata dai “movimenti” e da quelle che un tempo avremmo definito “avanguardie” nei confronti del cataclisma siriano ha dell’incomprensibile. L’entità della tragedia non trova riscontri in altri eventi sanguinosi accaduti nell’area mediterranea dopo il secondo conflitto mondiale: oltre mezzo milione di morti, intere città rase al suolo, centinaia di migliaia di esseri umani divorati dalla fame e dalle malattie, persino gli ospedali diventati obiettivi militari e colpiti deliberatamente e sistematicamente… eppure – e su questo Francesca Borri ha ragione da vendere – in Italia non si è assistito ad alcuno slancio di indignazione o di solidarietà paragonabile a quelli che hanno caratterizzato altri momenti storici recenti, dalle diverse guerre contro l’Iraq alle guerre nell’ex Jugoslavia, per non parlare delle mobilitazioni che hanno segnato la vicinanza con la causa palestinese dall’inizio del millennio.

Al giorno d’oggi, sembra che la sola situazione che scaldi i cuori e attivi le menti della solidarietà e dell’internazionalismo nel nostro Paese sia quella dei Curdi, come rileva – anche qui, a ragione – Francesca Borri. Eppure, aldilà dell’ideologia professata e fissata nella “costituzione del Rojava”, appare evidente come quella situazione sia estremamente contraddittoria e come sia necessaria una buona dose di ipocrisia e di cecità per non guardarla con occhio quantomeno critico. In primo luogo, andrebbe rilevato che proprio i Curdi del PYD e dei suoi bracci armati sono portatori effettivi degli elementi che hanno determinato prima sospetto e poi rifiuto verso i rivoluzionari siriani.

Nell’ordine: 1) i rivoluzionari siriani sono stati da subito messi all’indice da vari settori del movimento pacifista in quanto accusati di mirare ad ottenere che le potenze occidentali e la N.A.T.O. intervenissero direttamente in Siria, perché chiedevano la realizzazione di una no fly zone che impedisse al regime siriano di bombardare indiscriminatamente le città e i villaggi; 2) i rivoluzionari siriani sono stati accusati di puntare strategicamente alla frammentazione del Paese, nel quadro di un diabolico disegno imperialista – di matrice occidentale, naturalmente – volto alla destrutturazione delle entità statuali del Vicino Oriente potenzialmente in grado di rappresentare un argine ai disegni ed ai progetti imperialisti e sionisti; 3) i rivoluzionari siriani sono stati messi all’indice perché avrebbero contato sul sostegno israeliano nella loro lotta contro il regime “antimperialista e antisionista” di Damasco e, quindi, sarebbero stati responsabili dell’indebolimento di quel mitico “asse della resistenza” che correrebbe da Teheran a Gaza, passando per Damasco e Beirut; 4) infine, come rilevato sempre da Francesca Borri nel suo articolo, tutto il movimento di protesta contro il regime del clan Assad è stato criminalizzato come espressione di radicalismo islamico, in contrapposizione ad un sistema “laico” e, per qualcuno, addirittura “socialista”.

Per quanto riguarda il primo punto, c’è da dire che i combattenti curdi non hanno chiesto alla N.A.T.O. alcuna no fly zone, ma hanno usufruito e usufruiscono direttamente dell’aviazione militare statunitense, senza i cui bombardamenti è molto probabile che oggi a Kobane il sedicente Califfo e i suoi tagliagole spadroneggerebbero. Mentre si gridava al complotto imperialista di fronte alla fornitura di aiuti “non letali” all’opposizione siriana, non si levava alcuna voce critica durante il tour italiano della comandante curda Nasrin Abdallah, la quale, nel giugno dello scorso anno, di giorno sollecitava ulteriori forniture militari al Ministro della Difesa, Roberta Pinotti, e la sera cenava convivialmente nei centri sociali. Insomma, mentre i Siriani venivano bombardati senza pietà dal loro stesso governo e nessuno gli forniva nemmeno una fionda, i Curdi del PYD potevano contare sull’U.S.A.F. e sui rifornimenti italiani (e francesi, tedeschi, ecc.), per facilitare i quali hanno anche consegnato all’aviazione statunitense due basi aeree nel governatorato di Al Hasaka, “le prime ed uniche basi americane in Siria, finora gli Usa le avevano in tutto il mondo, ma qui no”, come ha recentemente scritto Elisabetta Teghil nel suo articolo “Kosovo siriano”, dove sottolinea anche la soddisfazione espressa dai combattenti curdi per la presenza al loro fianco, sul terreno di battaglia, di 300 soldati delle special forces statunitensi, quelli visti con il gagliardetto con la stella rossa (!) del YPG sull’uniforme nelle foto diffuse da AFP e riprese da molti siti e agenzie.

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Passiamo al punto 2: se qualcuno, fra i ribelli siriani, puntava alla frammentazione del Paese, i Curdi ci stanno proprio riuscendo. Se Amnesty International non è un’organizzazione al servizio della propaganda anti-curda, la sua denuncia sulla pulizia etnica operata dai bracci armati del PYD nelle aree sottratte all’Isis dimostra che l’obiettivo è quello della secessione della più ampia porzione possibile di territorio dal resto della Siria, seguendo un copione già visto nell’ex Jugoslavia. Ma, per molti pacifisti e internazionalisti nostrani, la denuncia di Amnesty (come quelle di alcune comunità locali, dagli Assiri ai Turcomanni) è solo una vile provocazione. Anche qui, è molto esplicita Elisabetta Teghil, che scrive “I curdi e le curde siriani/e hanno venduto l’anima al diavolo e realizzeranno uno staterello che sta alla Siria come il Kosovo alla Jugoslavia.Il Kosovo è un contenitore della più grande base Nato, eufemismo per dire americana, in Europa, è un crocevia di tutti i traffici  più illeciti possibile”, concludendo amaramente che “E’ per avere questo che i curdi/e siriani/e hanno voltato le spalle alla causa palestinese, hanno lasciato al loro destino i curdi/ turchi/e, ma  soprattutto hanno affossato definitivamente la speranza di un Kurdistan unito, libero e indipendente? Di fatto tutto si risolve nella realizzazione dei progetti e delle mire statunitensi ed israeliane”.

Punto 3: mentre si evocavano oscure connessioni fra l’opposizione siriana e lo Stato ebraico, i rapporti fra quest’ultimo e il movimento curdo, PKK compreso, non sono un mistero per chiunque conosca le vicende mediorientali. A parte lo storico interesse israeliano nel sostenere qualunque entità non-araba nella regione e gli altrettanto storici rapporti con i peshmerga di Barzani e Talabani, non è passato molto tempo da quando l’ex Ministro degli Esteri israeliano (ora Ministro della Difesa) Avigdor Lieberman proclamava il proprio “aiuto” al PKK in funzione anti-turca, subito dopo la crisi fra Ankara e Tel Aviv a seguito della strage della Freedom Flotilla (http://aram-rk.blogspot.it/2011/09/isreal-to-help-pkk-against-turkey.html ), aiuto che avrebbe compreso anche la fornitura di armi ai combattenti curdi, affermazioni che provocarono dure reazioni diplomatiche del governo turco (http://www.haaretz.com/israel-news/turkey-fm-condemns-israeli-plan-to-support-pkk-1.383801) . Naturalmente, questo non significa che vi siano prove certe di significative collaborazioni fra Israele e il PKK, ma va detto che le smentite dell’organizzazione curda risultarono molto tiepide e per niente definitive: a parte una blanda richiesta di scuse per la partecipazione israeliana al sequestro, nel 1999, di Ocalan, posta come condizione minima per una “collaborazione” (http://www.haaretz.com/israel-news/after-turkey-pkk-now-also-demanding-apology-from-israel-1.384197), altre informazioni sull’argomento possono essere lette qui: http://mondoweiss.net/2012/01/israeli-drones-are-reported-spying-on-turkey-for-the-kurdish-group-pkk. Va detto che, anche in quell’occasione, a rivolta siriana già in corso da più di sei mesi, nessun “internazionalista” o “pacifista” italiano fece sentire la propria voce in proposito, esattamente come avviene oggi di fronte all’alleanza fra PYD-YPG-YPJ e U.S. Army.

Eccoci, infine, al punto 4: qui la vicenda curda e il relativo innamoramento italiano c’entrano poco, se non nella misura in cui le caratteristiche ideologiche del movimento curdo, o meglio del partito PYD, vengono percepite come più gradevoli per la nostra mentalità laica, occidentale e progressista, contrariamente ad un’opposizione siriana irrimediabilmente inficiata da elementi di integralismo religioso, intolleranza, fanatismo, settarismo, insomma come è stata sempre descritta e rappresentata dal regime siriano. Qui sta il punto centrale dell’osservazione di Francesca Borri, ma qui è anche la sua parzialità.

Nei paragrafi dedicati alle motivazioni profonde dell’ostilità dei movimenti e della sinistra, Borri sintetizza il suo ragionamento in questa affermazione: “Perché tutto è meglio dell’islam”. Questo risponde a verità, ma non a tutta la verità, altrimenti non si spiegherebbe il motivo dell’aperto sostegno, da parte di molti dei soggetti in questione, al movimento libanese Hezbollah, difficilmente rappresentabile come un’organizzazione laica, per non parlare della “comprensione” da sempre manifestata verso i Talebani, definiti “resistenza afghana” e, per concludere, non si può non osservare come anche il movimento islamico palestinese, Hamas, abbia perso molto del suo appeal non tanto per la sua impronta religiosa o per  il modo con cui governa la Striscia di Gaza, ma perché si è sfilato dal cosiddetto “asse della resistenza”, sostenendo la rivolta contro Assad e abbandonando Damasco. Per finire, è evidente come la critica feroce riservata alla monarchia islamica saudita non trovi riscontro in un attitudine analoga nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran, in cui laicità e rispetto dei diritti umani non è che godano buona salute e dove l’organizzazione statuale è informata alla religione non meno di quanto lo sia nel regno wahabita.

Appare evidente, dunque,  come l’islamofobia denunciata da Francesca Borri sia solo un elemento costitutivo dell’inerzia dei movimenti e della sinistra nei confronti del genocidio in atto in Siria e, forse, nemmeno il principale.

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A più di cinque anni dall’inizio della rivolta, è impossibile non osservare come l’inerzia di alcuni e l’aperta ostilità di altri si siano manifestate sin dai primi giorni, quando la protesta si esprimeva in forme pacifiche e si poneva obiettivi assolutamente laici e riformisti, chiedendo la riforma del regime, non il suo rovesciamento, e non c’era nessuno a cui venisse in mente di instaurare un califfato in Siria. Non possiamo dimenticare come, mentre gli attivisti e i comuni cittadini siriani scendevano in piazza a mani nude e venivano falciati dai soldati e dagli shabiha del regime, qui in Italia ci fosse già chi si affannava a dimostrare come fosse in atto una sorta di sovversione dall’alto, promossa e fomentata scientificamente dalla N.A.T.O., dalle petromonarchie arabe, dalla Turchia e, naturalmente, dall’onnipresente Mossad. Le centinaia di immagini e di video diffusi sui social network – unico canale di comunicazione con il mondo in un Paese dove ai giornalisti è stato subito impedito l’ingresso – sono state bollate come “manipolazioni”, scene girate in Qatar, negli studi di Al Jazeera, e il guaio è che questa assurda e incredibile versione sia stata presa sul serio, nonostante l’evidenza dei fatti e le ripetute denunce delle agenzie per il rispetto dei diritti umani, a partire da Amnesty International, a loro volta accusate di essere marionette manovrate dai promotori della sovversione di cui sopra (salvo poi utilizzare le denunce delle stesse agenzie nei confronti dell’operato dei governi israeliano, turco, saudita, ecc.).

Nemmeno l’evidenza degli stretti rapporti intercorrenti fra il regime di Damasco e l’estrema destra europea, in particolare italiana e francese, è servita ad accendere un barlume di luce nelle menti ottenebrate, anzi, si è assistito (e si assiste ancora!) a vergognosi connubi fra vecchi e nuovi arnesi del nazifascismo ed esponenti e organizzazioni “di sinistra”. Al contrario, le poche voci levatesi in solidarietà con la ribellione dei Siriani sono state emarginate, diffamate e criminalizzate. Nella migliore delle ipotesi, ignorate.

Persino di fronte alla persecuzione dei rifugiati palestinesi in Siria, si è scelto – con poche eccezioni – il silenzio, quando non si è direttamente inneggiato all’operato del regime e dei suoi collaborazionisti. L’indicibile tragedia di Yarmouk rappresenta la più infame vergogna dei movimenti pacifisti e “pro-Palestina”. Perché?

La risposta va cercata nel DNA dei movimenti e della sinistra italiani di oggi, cioè nella loro storia e nella loro costituzione materiale, partendo da un dato: sia i movimenti che la sinistra politica attuali sono strutturalmente diversi da quelli che hanno conosciuto le generazioni precedenti, quelle degli anni che vanno dall’inizio degli anni 60 alla prima metà degli anni 80 del secolo scorso. In estrema sintesi, quei movimenti rappresentavano il portato di uno tsunami politico e culturale, cresciuto nel contesto di un mondo dove si fronteggiavano proposte sistemiche contrapposte e alternative, solo in parte identificabili con gli schieramenti della N.A.T.O. e del Patto di Varsavia. Un mondo dove le culture alternative si dialettizzavano con le lotte di liberazione, dove nulla poteva sottrarsi al fuoco della critica e dove il marxismo era vissuto come strumento per l’interpretazione e la trasformazione del mondo intero, anche partendo dalla propria scuola o dal proprio quartiere. Diciamo che, negli ultimi decenni, gli scenari sono decisamente mutati e non esiste alcuna contrapposizione globale, nemmeno imperfetta o abbozzata, al capitalismo variamente declinato. Un capitalismo, oltretutto, ampiamente egemone sul piano culturale, nonostante negli ultimi anni si assista – anche a livello scientifico e accademico – ad una riscoperta del pensiero marxista e di quello gramsciano.

Da questa situazione è conseguito il fatto che, nelle nostre metropoli deindustrializzate e terziarizzate, i movimenti si siano dati principalmente come elementi di resistenza parcellizzata e la sinistra politica (compresa quella “radicale”) come meccanismo di pura e semplice gestione dell’esistente, con l’aggravante di un’insopportabile propensione al carrierismo ed all’opportunismo personale da parte dei suoi dirigenti.

Dal punto di vista dell’elaborazione culturale e della ricerca di adeguare la propria analisi e, dunque, le proprie scelte politiche alla realtà mutata, non è stato fatto nulla, se non da parte di individualità tanto meritevoli, quanto solitarie. Il risultato è sotto i nostri occhi: di fronte alla immane catastrofe siriana, punto di caduta di tutte le tensioni rivoluzionarie del Vicino Oriente, movimenti e sinistra politica pensano ancora di essere in presenza di un’aggressione dell’imperialismo (U.S.A. e N.A.T.O. ovviamente), cui si oppone un campo antimperialista, formato sia da stati che da movimenti popolari. In altre parole, la Russia fascistoide di Putin vista come erede legittima dell’Unione Sovietica e la Cina ultracapitalista come filiazione del Grande Timoniere, per arrivare poi agli stati di allucinazione nei confronti del regime della Corea del Nord.

In quel che resta dei movimenti e dell’associazionismo italiani esiste chi queste posizioni le esplicita, chi si limita ad ammiccare e chi tace per non essere costretto a schierarsi (come nella migliore tradizione italiana, del resto). Le organizzazioni pacifiste in senso stretto, riunite nella Rete per la Pace, non hanno mai assunto un’iniziativa seria in solidarietà verso il popolo siriano, al massimo invitando a partecipare a mobilitazioni promosse da altri, senza mai impegnarsi in prima persona. Il loro problema, quindi, non sta soltanto nell’islamofobia latente, ma in una complessiva inadeguatezza, in un ritardo di analisi e, non da ultimo, in quell’opportunismo storico che marca indelebilmente il pacifismo italiano.

Quanto a quelle che un tempo erano le espressioni più coerenti della solidarietà con il popolo palestinese, sono oggi ridotte all’irrilevanza più o meno per gli stessi motivi, cioè per l’essere rimaste ancorate ad una visione arcaica e illusoria della realtà del Vicino Oriente, una realtà dove la questione palestinese non riveste più alcuna centralità e dove non è pensabile ricostruire un movimento di solidarietà senza prendere atto dei fallimenti delle dirigenze politiche palestinesi, ormai prive di credibilità agli occhi delle stesse masse palestinesi. Come se non bastasse, in questi ambienti trovano legittimazione posizioni aberranti, di sostegno al regime egiziano del golpista Al Sisi, per esempio, nonostante l’evidente rapporto privilegiato con Israele e la piena collaborazione del Cairo nell’assedio criminale della Striscia di Gaza. Per non parlare, infine, dell’abisso morale in cui sono precipitati quei Palestinesi che sostengono il regime siriano, metaforicamente calpestando i cadaveri martoriati dei loro connazionali di Yarmouk.

***

Se questo è il contesto (e mi piacerebbe essere smentito), in Italia non c’è da attendersi dal movimento pacifista e dalla sinistra nessuna espressione di solidarietà verso il popolo siriano, nemmeno in presenza  delle atrocità di cui, comunque, nessuno può dire di non essere a conoscenza, visto che – se l’informazione mainstream si mostra abbondantemente lacunosa – sui social network notizie e immagini terribili continuano a fluire quotidianamente. E la conclusione di Francesca Borri è la mia stessa conclusione: “Costa fatica entrare davvero in questi paesi, frequentarne i bassifondi, la fame, le disuguaglianze, l’emarginazione, il rancore, invece che le élite anglofone e francofone, così colte, così tranquille, così simili a noi. Costa fatica misurarci con chi, con la sua diversità, rimette in gioco i nostri valori, le nostre azioni: con chi mette a nudo le nostre imperfezioni. Costa fatica scoprire che le olgettine di Berlusconi non sono un esempio molto convincente di emancipazione, costa fatica ricordare che, come diceva Norberto Bobbio, non è mai la nostra  non  contro la loro oppressione: è sempre questione di diverse forme di libertà, diverse forme di oppressione. Costa cinquecentomila morti”.

Germano Monti

 

 

 

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