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L’intervento che segue intende aprire un dibattito serio e approfondito sulla Primavera Araba (che l’autore, affetto da inguaribili vizi ideologici, preferisce definire Rivoluzione Araba), al di fuori e contro ogni schema precostituito ed ogni “verità in tasca”. Lo pubblichiamo perchè siamo consapevoli che la liberazione del popolo palestinese non è avulsa dal contesto della liberazione dei popoli arabi da colonialismo e da vecchie e nuove dittature.

LA PAPERA DI DAMASCO

“Chi ci sostiene? Il popolo. Punto.”

Razan Ghazzawi, blogger siriana arrestata il 3 dicembre

Un anno fa, il potere in Egitto, il più grande e popoloso Stato arabo, sembrava saldamente nelle mani di Hosni Mubarak e del suo clan, fedeli alleati degli Stati Uniti e caposaldo della politica occidentale nell’area mediorientale. Né al governo di Washington, né a quelli europei importava qualcosa della violenza della dittatura di Mubarak, e nemmeno qualcuno si preoccupava dell’incredibile livello di corruzione del regime egiziano, nonostante le conseguenze di questo pesassero sulle condizioni di vita di quasi cento milioni di persone. Situazioni analoghe a quella egiziana esistevano negli altri Paesi arabi, sia pure con diverse sfumature: da ovest ad est, attraverso migliaia di chilometri e realtà sociali e culturali estremamente variegate, si imponevano la monarchia marocchina, la fragile democrazia algerina (viziata dal peccato originale dell’annullamento delle elezioni vinte negli anni 90 dalle forze islamiche, con conseguenti guerra civile ed atrocità inenarrabili), l’autocrazia libica, gestita letteralmente come una proprietà personale della famiglia Gheddafi e la cleptocrazia tunisina, appannaggio della premiata ditta Ben Ali – Trabelsi – Ben Ammar, fino all’Egitto.
Attraversato il Canale di Suez, il panorama non cambiava molto: l’oscurantismo wahabita in Arabia Saudita e le altre petromonarchie del Golfo, il trentennale regno del patriarca Saleh nello Yemen, quello degli emiri Al Khalifa nel piccolo Bahrein, la monarchia hascemita in Giordania, l’Iraq occupato dalle truppe statunitensi in uno strano condominio con l’influenza di Teheran, l’instabile Libano multietnico e multiculturale, fino alla Siria del Partito Baath, o meglio, della famiglia Assad, in cui il potere era stato trasmesso direttamente di padre in figlio, da Hafez a Bashar. In mezzo a tutto questo, la superpotenza israeliana, l’occupazione delle terre palestinesi e il lento genocidio di un popolo.
E’ molto probabile che il giovane tunisino Mohamed Bouazizi, nel momento in cui, il 17 dicembre 2010, si diede fuoco di fronte all’ufficio del governatore di Sidi Bouzid, non immaginasse che, di lì a poco, le fiamme del rogo del suo corpo si sarebbero propagate in tutto il mondo arabo, ed avrebbero illuminato Piazza Tahrir, Piazza delle Perle e le strade di città e villaggi. Del resto, anche un altro giovane che si diede fuoco, il 16 gennaio del 1969, nella piazza europea di San Venceslao, probabilmente non immaginava che, a soli venti anni dal suo gesto estremo, il sistema che voleva denunciare si sarebbe sciolto come neve al sole.

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Oggi, il faraone Mubarak è agli arresti e gran parte del suo clan ridotto all’impotenza. Ben Ali e la signora Trabelsi sono fuggiti all’estero. Gheddafi è stato trucidato, e la Libia messa all’asta dalle vecchie potenze coloniali. Saleh ha formalmente lasciato il potere, con un Paese sull’orlo di una devastante guerra civile. Nel piccolo Bahrein, sono i carri armati sauditi ad imporre l’ordine, mentre in Marocco il monarca si trova di fronte un risultato elettorale inaspettato ed in tutto il mondo arabo il fuoco cova sotto la cenere.
Il vento della rivoluzione soffia, talvolta impetuoso e talvolta quasi impercettibile, da Rabat a Baghdad.  E’ una rivoluzione che ne contiene altre mille. Ad oggi, nessuno può indicare con certezza quale sarà l’esito di questo percorso, tanto tumultuoso, quanto tortuoso. Una cosa, però, appare indiscutibile: i moti tunisini e, più ancora, l’epopea di Piazza Tahrir segnano un passaggio d’epoca, l’avvio di una rivoluzione che, prima ancora che politica, si manifesta come antropologica. Una rivoluzione che può essere sintetizzata in sei parole: gli Arabi non hanno più paura.
Non capire questo passaggio epocale, rifugiarsi in qualche logoro schematismo “geopolitico” e farneticare di fantastici complotti israelo-saudita-sunnita-americani, può essere auto consolatorio, ma non ha nulla a che fare con la realtà dei fatti. E i fatti, come si diceva una volta, hanno la testa dura.
In attesa che anche in Italia si apra una seria riflessione sulle rivoluzioni arabe (riflessione necessaria, se non altro per l’evidente interdipendenza che ci lega all’altra sponda dello stesso mare), il richiamo ai fatti è importante. Il primo elemento di analisi sono i fatti, la materialità degli accadimenti: averne contezza è il primo passo per poter poi avanzare sul terreno dell’analisi e su quello della proposta.

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Descrivere la rivolta di massa in Siria, in atto quotidianamente da mesi, nonostante il costante aumento del prezzo di sangue pagato dai manifestanti, come azioni di “terroristi” o “banditi” è una grave distorsione. (…) Questa è una genuina sollevazione popolare che si dispiega in Siria, anche se pesantemente infiltrata da tutti i nemici della Siria, che sono – a mio parere – i nemici di tutti gli Arabi”.

Chi ha scritto queste parole, a metà agosto del 2011, non è un agente del Mossad sotto copertura, e nemmeno un consulente della CIA, e meno che mai un emissario delle petromonarchie del Golfo. L’autore è George Galloway, l’ex parlamentare della sinistra laburista inglese famoso nel mondo per il suo impegno antimperialista ed a sostegno della resistenza palestinese, e non solo: ci tiene a ricordare di essersi schierato con l’Iraq aggredito nel 1991 da una coalizione di 29 Paesi guidati dagli U.S.A. di Bush padre, e che uno di questi Paesi era la Siria degli Assad.
Dunque, perché asserisce – con cognizione di causa – che in Siria è in atto una rivolta di massa e che chi parla di “terroristi” o “banditi” è completamente fuori strada? Un detto americano suona più o meno così: “Se una cosa sembra una papera, cammina come una papera e fa qua-qua, probabilmente è proprio una papera”. In Siria, quella che sembra una rivolta, è proprio una rivolta. E quella che sembra una sanguinosa repressione, è proprio una sanguinosa repressione.
Nello stesso intervento, Galloway si dilunga su molte questioni interessanti, dalla natura del regime siriano a quella del suo sostegno alla resistenza libanese e palestinese, concludendo che sembra ormai che siamo a “cinque minuti dalla mezzanotte”, ossia dal divampare di una guerra civile che aprirebbe le porte all’intervento imperialista, e questo perché “per anni il presidente (Assad, n.d.t.) ha parlato di riforme. Ma più lui parlava, più velocemente i suoi parenti contavano i loro profitti illeciti”. Il testo integrale dell’intervento è sul blog di Galloway, all’indirizzo http://www.votegeorgegalloway.com/2011/08/george-galloway-on-syria.html ed è una lettura molto istruttiva.
Ancora prima di Galloway, a lanciare l’allarme sulle conseguenze della brutalità del regime siriano nei confronti delle proteste era stato, sul suo blog, Patrick Seale, ben conosciuto esperto di Medio Oriente e non sospetto di collusioni con eventuali complotti sionisti-imperialisti- ecc. Alcuni testi di Patrick Seale sono stati pubblicati in Italia dalla casa editrice Gamberetti, fondata da Stefano Chiarini, che ha tradotto personalmente gran parte degli interventi del giornalista inglese.
Rimanendo nell’ambito degli osservatori più attendibili, va citato anche Gilbert Achcar, del quale si può leggere un intervento della fine di novembre, tradotto in italiano suhttp://znetitaly.altervista.org/2011/12/01/la-rivoluzione-continua.

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Naturalmente, Galloway, Seale e Achcar non sono i soli conoscitori della realtà siriana che parlano delle rivolte e delle feroci repressioni in atto. Nonostante la ferrea censura imposta dal regime di Damasco, non è difficile trovare in rete informazioni di prima mano ed approfondimenti che esprimono punti di vista diversi, ma che partono tutti dalla realtà, che è quella della nostra papera: il popolo siriano, quantomeno gran parte di esso, stanco delle proprie condizioni di vita e delle vuote promesse del regime, scende in piazza e si scontra con la repressione operata dal regime che non intende mollare il potere. Non è una situazione sostanzialmente diversa da quella delle altre rivolte della “primavera araba”, anche se – ma questa è un’ovvietà – ogni situazione presenta aspetti specifici, diversi livelli di intensità, diverse modulazioni dei tempi, ecc.
Il problema che qui si solleva è quello della negazione dell’evidenza, purtroppo presente nella nostra sinistra. Della destra non interessa parlare in questa sede, perché l’analisi dei vari raggruppamenti “rosso-bruni” che sostengono apertamente Gheddafi e Assad non presenta elementi di novità. Qui, ci si riferisce a chi, per esempio, ha promosso l’appello NO ALLA GUERRA IN SIRIA, SI AI DIRITTI UMANI E ALLA LEGALITA’, sottoscritto da alcune associazioni e reti pacifiste, comitati di solidarietà e forze politiche, con qualche estremista di destra di troppo.
L’appello è ampiamente condivisibile quando chiede alle Nazioni Unite ed alla comunità internazionale di “agire immediatamente per fermare ogni tentativo di intervento militare straniero contro la Siria e di favorire una vera mediazione svolta in buona fede”, quando denuncia i cosiddetti interventi militari “umanitari” e le loro terribili conseguenze, quando ammonisce a non ripetere lo scenario libico “dove una “no-fly zone” si è trasformata in intervento militare diretto, con massacri di civili e violazioni dei diritti umani”. Purtroppo, però, l’appello perde credibilità nel momento in cui riduce “quello che si sa” degli accadimenti siriani a “violenti scontri fra truppe governative e le truppe di insorti dell’autoproclamato Esercito di Liberazione della Siria, con basi in Turchia al confine con la Siria”. Le enormi perdite di “questo crescendo di violenze” sono “anche di civili” ed “Entrambe le parti armate hanno dunque responsabilità”. Francamente, leggendo queste cose, è difficile sfuggire ad una sensazione di dejà vu, di già visto e stravisto, precisamente nell’infinità di dichiarazioni tartufesche ed equidistanti sul “conflitto israelo-palestinese”, dove a carnefici e vittime vengono – vilmente – attribuite le stesse responsabilità.
A parte il criptico riferimento iniziale alla “legalità” (quale?), l’appello non menziona le manifestazioni pacifiche aggredite dalle forze di sicurezza, i civili assassinati dall’esercito di Assad e dalle squadracce dishabiha (le milizie irregolari del regime), i prigionieri, i desaparecidos e le torture in perfetto stile argentino. Nell’appello, di tutto ciò non esiste la minima traccia, ed una tale omissione ne mina alla radice la credibilità.

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Se veramente si vuole animare un movimento che si opponga all’ennesima guerra “umanitaria”, vi sono almeno tre punti, molto semplici e sui quali è necessaria la massima chiarezza:

  • La lotta contro la guerra è indissolubile da quella contro lo sfruttamento e l’oppressione dei popoli, che si tratti dei Palestinesi sotto l’occupazione sionista o degli Arabi di qualunque Paese vittime di regimi corrotti e antidemocratici.
  • L’elemento centrale sono i popoli in lotta ed i movimenti di liberazione, non i governi.
  • Non esiste un’oppressione “buona”, magari perché apparentemente “antimperialista”.

Dunque, se si riconosce che in Siria il popolo è oppresso e tiranneggiato, bisogna riconoscere che ha il diritto sacrosanto di ribellarsi contro l’oppressione e la tirannia. Poi si discute delle manovre imperialiste, delle infiltrazioni, dei complotti, dei possibili sviluppi, ecc., ma affermare che in Siria sono in corso solo scontri fra un esercito regolare ed alcune bande armate significa prendere per i fondelli sé stessi e la gente. Con queste premesse, sarà impossibile creare sensibilità e mobilitazione contro l’ennesima guerra “umanitaria”. Meglio, molto meglio guardare in faccia la realtà, schierarsi apertamente con chi lotta per la libertà e la dignità e, su queste basi di onestà intellettuale, chiamare alla solidarietà con i popoli in lotta ed alla mobilitazione contro la guerra. Come si diceva una volta, la verità è rivoluzionaria. Anche quando è scomoda.

Germano Monti