L’IMPORTANZA  DEL VIAGGIO DI CAESAR

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Nei prossimi giorni, la mostra delle fotografie scattate da Caesar, ex fotografo della polizia militare del regime di Damasco, sarà esposta in diverse città italiane, a partire da Udine. In Italia, le immagini atroci dei corpi dei prigionieri assassinati, sfigurati dalle torture, sono già state esposte nell’ottobre ed a dicembre dello scorso anno, rispettivamente al MAXXI di Roma ed a Castel dell’Ovo a Napoli, in quest’ultimo caso con il significativo patrocinio del Comune e dell’Università Orientale.
L’iniziativa è promossa su scala nazionale da Amnesty International, dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI), dalla Federazione Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontario (FOCSIV), da Articolo 21, Coordinamento delle Università del Mediterraneo (UNIMED) e da Un ponte per…, con la collaborazione delle realtà territoriali che intendono offrire il loro contributo per diffondere la consapevolezza dell’entità e dei livelli di ferocia raggiunti dal regime del clan Assad.
La mostra di Caesar è arrivata in Italia con molto ritardo rispetto ad altri Paesi, quali gli Stati Uniti, il Canada, la Francia, l’Irlanda e il Regno Unito ed oltre un anno dopo essere stata esposta al Parlamento Europeo, e questo a causa dell’ostilità della Presidente della Camera, Laura Boldrini, che si è opposta all’esposizione delle immagini nelle sale istituzionali con il pretesto della loro crudezza, che avrebbe potuto turbare le scolaresche in visita. Analogo l’atteggiamento del suo omologo al Senato, Pietro Grasso, che dichiarò che Palazzo Madama non dispone di sale adatte ad esposizioni. Dunque, è solo grazie all’impegno di alcuni ostinati e delle associazioni umanitarie e della società civile se anche nel nostro Paese è possibile confrontarsi con un evento di tale portata, che non solo sta coinvolgendo e sconvolgendo l’opinione pubblica internazionale, ma si sta anche rivelando fondamentale per tenere aperta la speranza che, un giorno o l’altro, Bashar al-Assad e i suoi complici siano chiamati a rispondere dei loro crimini. E’ di questi giorni, infatti, la notizia che la magistratura spagnola ha aperto un procedimento contro i membri del governo del presidente siriano Bashar al-Assad, e che questo procedimento si basa sul riconoscimento del corpo, martoriato dalle torture, del fratello di una cittadina spagnola, effettuato proprio grazie alle fotografie di Caesar.
Naturalmente, la seconda e la terza carica dello Stato non sono stati i soli ad avversare l’arrivo in Italia della mostra di Caesar. A Roma, i fascisti di Forza Nuova hanno effettuato un mini blitz nei locali del MAXXI, inalberando uno striscione con la scritta “Con Putin e Assad fino alla vittoria” e spiegando che “ (…) il legittimo presidente Assad e il presidente russo Putin vengono dipinti come i cattivi, in realtà unici veri pacificatori nella regione, unici a combattere il terrorismo dell’Isis e a difendere l’Italia e l’Europa dall’immigrazione e dalle bombe”.

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A Napoli, invece, sono stati esponenti del movimento “No war” a tentare di impedire l’esposizione a Castel dell’Ovo delle immagini di Caesar, intimando al sindaco De Magistris e ai vertici dell’Università Orientale di ritirare il patrocinio, minacciando “mobilitazioni” contro “una mostra per alimentare la guerra alla Siria”. Come era facilmente prevedibile, né Luigi De Magistris, né il rettorato dell’Università Orientale si sono minimamente curati delle intimazioni e, quanto alla “mobilitazione” minacciata, non se ne è vista nemmeno l’ombra.
Dal canto suo, anche il parlamentare dei 5 Stelle Manlio Di Stefano, fiero sostenitore dei regimi russo e siriano, ha voluto mettere in piedi una sorta di controcanto, convocando – lo stesso giorno dell’inaugurazione della mostra al MAXXI – una conferenza stampa alla Camera dei Deputati con il vescovo maronita di Aleppo, Joseph Tobij. L’effetto di questa iniziativa nei confronti della mostra è stato nullo, ma è interessante notare come gli argomenti esposti da Di Stefano siano esattamente gli stessi di Forza Nuova e dei “No war”, compreso il ritornello contro “l’informazione prestabilita dalle corporazioni dei mezzi di comunicazione”.

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E’ interessante interrogarsi sui motivi alla base dell’ostilità nei confronti di un’iniziativa che, a conti fatti, non mostra nulla di nuovo o di diverso da quanto sia visibile quotidianamente e da tutti (in maniera anche più esplicita) sulla rete. Esistono siti e pagine social dove le immagini scattate da Caesar sono pubblicate a migliaia e visionate da milioni di persone… eppure, questa mole di immagini terribili non scatena le stesse reazioni di una mostra di una trentina di pannelli, dove – oltretutto – i particolari più raccapriccianti sono pietosamente sfumati o nascosti, così come gran parte dei nomi delle vittime[1].
Una possibile risposta a questo interrogativo è che la mostra di Caesar strappa la vicenda siriana dalla realtà virtuale e la porta nel mondo reale, con tutte le conseguenze del caso. Sappiamo bene come il web sia ormai la principale (se non unica) fonte di informazione per milioni di persone e sappiamo anche che l’orizzontalità del web consente di contrastare e smascherare le manipolazioni e la disinformazione che spesso caratterizzano l’informazione mainstream. Oggi, per dire, una bufala come quella della “strage di Timisoara” del 1989 non reggerebbe più di qualche ora, come dimostra – fra l’altro – la vicenda, risalente al 2011, delle “fosse comuni di Gheddafi” sulla spiaggia di Tripoli, prima sparata con grande clamore e con tanto di fotografie dalle agenzie internazionali e poi smentita nel giro di mezza giornata perché, grazie alle informazioni documentate diffuse sul web e sui social, era apparso evidente a tutti che non si trattava di fosse comuni ma di un normale cimitero.
Tuttavia, il web non è solo democratizzazione dell’informazione e messaggero di verità. Il rovescio della medaglia consiste nel fatto che proprio l’orizzontalità della rete permette a tutti di intervenire come meglio credono, oltre a produrre una mole di informazioni tale da risultare ingestibile. Sul web, un reportage effettuato da professionisti seri e capaci, che vagliano fonti e notizie, magari in piena zona di guerra, rischia di valere quanto lo sproloquio sgangherato di un Napalm51 qualsiasi che si improvvisa esperto di politica estera o di economia, con particolare predilezione per tutto ciò che possa apparire come un “complotto” del finanziere Soros, del gruppo Bilderberg, della massoneria, della CIA e del Mossad e chi più ne ha, più ne metta. Ovviamente, le immagini di Caesar rappresentano un’occasione ghiotta per tali personaggi, sia che agiscano per puro narcisismo, sia che operino per conto terzi, dove i terzi sono tutti quelli interessati ad occultare quello che succede sotto il regime di Bashar al-Assad, per motivi ideologici o per professione.

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Se si cercano sul web notizie e informazioni a proposito delle immagini di Caesar, è facilissimo imbattersi in interventi più o meno ponderosi, in molte lingue, tutti tesi a dimostrare la falsità delle immagini stesse, a metterne in dubbio l’autenticità, a sollevare dubbi anche sull’esistenza di Caesar, fino a sostenere che l’obiettivo dei promotori delle varie esposizioni della mostra sia quello di fomentare la guerra in Siria, anzi, contro la Siria, identificata con il regime di Assad. In verità, è dall’inizio della rivoluzione siriana che si verifica questo fenomeno, attraverso la sistematica sconfessione delle notizie e delle immagini diffuse dagli attivisti e dai comuni cittadini a rischio della loro stessa vita, perché – sin dai primi giorni della rivolta – in Siria il semplice possesso di uno smartphone equivaleva ad una condanna a morte, necessario corollario del divieto di ingresso nel Paese per i giornalisti. Allora, i video delle manifestazioni pacifiche represse nel sangue, delle violenze dell’esercito e degli shabiha, delle torture, dei bombardamenti, dei cadaveri venivano derisi come fakes, addirittura girati negli studios di Al Jazeera. Gli stessi autori di questa colossale campagna di disinformazione e intossicazione – robustamente sostenuta da professionisti russi e iraniani – si sono impegnati nella denigrazione delle immagini di Caesar, sostenendo che siano fasulle o, almeno, che non sia alcun modo dimostrata o dimostrabile la loro autenticità. A dare la linea in questa direzione è stato Assad in persona, all’inizio del 2015, dichiarando alla rivista Foreign Affairs “Voi potete prendere fotografie da chiunque e dire che si tratta di tortura. Non c’è alcuna verifica di queste prove, quindi sono tutte accuse senza prove”. In realtà, di verifiche ce ne sono state molte, fra le quali quella effettuata da Human Rights Watch, che nelle foto di Caesar ha identificato con certezza oltre 6.700 vittime delle torture nei lager siriani, ma questo ai propagandisti del regime di Damasco e dei suoi complici non può interessare, anzi, li porta ad accusare HRW – come Amnesty, Medici Senza Frontiere e le altre associazioni per i diritti umani – di essere al servizio di chi vuole distruggere la Siria.
Il punto è che questa manfrina funziona efficacemente nel mare magnum del web, dove è facile perdersi fra le migliaia di informazioni e di immagini, dove la velocità dei flussi rende difficile (se non impossibile) fermarsi a riflettere, dove in pochi minuti ti scorrono davanti agli occhi, mentre sei comodamente seduto nella tua confortevole abitazione di fronte al tuo pc, immagini di morte e di intrattenimento, di orrori indicibili e di belle figliole poco vestite. Altra cosa è uscire di casa, raggiungere una sala per esposizioni, entrare e fermarsi davanti ad un pannello di 50 cm. per 70 e guardarlo in faccia, l’orrore. Senza interferenze, senza distrazioni, senza alibi. Come si diceva, è la differenza fra la realtà virtuale e il mondo reale, una differenza resa ancora più radicale quando alle immagini si accompagna la testimonianza di chi quelle atrocità le ha subite sulla propria pelle, come Mazen Alhummada, sopravvissuto dei lager di Assad e testimone implacabile delle infamie del suo regime.

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Da molto tempo assistiamo a quella che possiamo definire la normalizzazione strisciante delle relazioni con la tirannia siriana, impersonata da Bashar al-Assad e dal suo clan. I motivi di questa dèbacle dell’etica e della politica sono molti, il principale dei quali è il fatto che Assad non è più altro che un ectoplasma dietro al quale operano ben altri attori, dall’asse centrato sull’alleanza Russia-Iran-Hezbollah alla Turchia del “sultano” Erdogan, con le petromonarchie del Golfo ormai sulla difensiva e gli U.S.A. con i loro alleati curdi impegnati a ritagliarsi e consolidare la loro fetta di torta e, sullo sfondo, il permanere del “mostro opportuno”, quel Daesh che è cresciuto a dismisura servendo, di volta in volta, gli interessi dei diversi competitors, dal regime di Assad alla Turchia. L’interesse comune di tutti questi attori è quello di annientare ogni espressione autonoma del popolo siriano, riducendolo a massa di manovra, a volgo disperso che nome non ha. Risultato – è doveroso dirlo senza reticenze – in gran parte raggiunto anche grazie all’incredibile incapacità dell’opposizione siriana, mai stata in grado di dotarsi di una vera progettualità indipendente e impegnatissima nella captatio benevolentiae (e dei conseguenti benefit) delle potenze straniere. L’avvilente spettacolo offerto dalle milizie “ribelli” che, anziché unirsi per combattere il dittatore e gli occupanti russo-iraniani-ecc., si sono messe agli ordini di Turchia e Giordania per affrontare – a seconda della bisogna – Daesh, ma soprattutto sia i gruppi che rifiutano l’appeasement con Assad che i Curdi non è che la conseguenza dell’insipienza dell’opposizione siriana e della sua incapacità (o non volontà) di dotarsi di un’agenda politica autonoma, facendo affidamento sul proprio popolo anziché sugli evanescenti impegni di potenze straniere, delle quali ha finito ben presto per diventare un mero strumento.
Di fronte a questo scenario desolante, è importante non smettere di illuminare le ragioni profonde della rivolta popolare contro il regime del clan Assad, che rimangono intatte e rendono impossibile qualunque soluzione della crisi che non comporti la rimozione del dittatore e del suo sistema di potere. La mostra di Caesar è lo strumento più efficace per impedire che il tempo offuschi o cancelli la comprensione delle origini del caos attuale e per ribadire che i responsabili di quell’orrore non possono illudersi di farla franca, né ora, né mai, perché, prima o poi, a Norimberga o ad Asunción, verrà fatta giustizia.
Ecco, allora, che ogni tappa del viaggio di Caesar in Italia è accompagnata dalle intemperanze di chi si è assunto il poco nobile compito di sostenere un regime di assassini e torturatori. Ecco perché è così importante che il viaggio di Caesar continui e raggiunga quante più città possibile.

[1]

[1] Il motivo per cui le foto della mostra di Caesar presentano in molti casi delle parti oscurate, così come quello dell’omissione dei nomi, è stato spiegato più volte, ma vale la pena di tornarci. Caesar diserta e porta con sé all’estero le foto scattate di nascosto nell’estate del 2013. Quando, nel 2014, vengono allestite le prime mostre, alcune parti e alcuni nomi vennero oscurati per due semplici motivi: il rispetto verso la sensibilità dei famigliari delle vittime, che non volevano che fossero mostrate pubblicamente le condizioni in cui erano stati ridotti i loro cari, e la volontà di evitare persecuzioni nei confronti dei famigliari delle vittime rimasti in Siria, nei territori controllati dal regime. Con il passare del tempo, molte condizioni si sono modificate, per cui su internet le immagini e i nomi sono ormai in gran parte pubblicati senza accorgimenti (e questo ha contribuito al riconoscimento di migliaia di vittime ed anche all’apertura di procedimenti giudiziari contro il regime), mentre la mostra è rimasta la stessa.

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