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IL PROFUMO DEL GELSOMINO

Da Wikipedia

Vicino Oriente è un’espressione che propriamente andrebbe usata per indicare la regione geografica oggi per lo più arabofona che si estende dalla sponda orientale del Mar Mediterraneo all’Iraq e alla Penisola Arabica. Corrispondentemente, il termine Medio Oriente spetterebbe propriamente ai paesi dell’area ancora più a est: Iran, Afghanistan, Pakistan (è ad essa che tuttora fa spesso riferimento l’espressione francese Moyen Orient e quella inglese Middle East). Il più delle volte, però, per pervasiva influenza giornalistica anglo-americana, l’area tendenzialmente arabofona (allargabile quindi a occidente, fino a includere il Marocco), viene chiamata “Middle East”, Medio Oriente, ma quest’uso crea inevitabilmente confusione, perché l’uso del termine “medio” o “lontano” Oriente presuppone, per pura logica, che ne esista uno “vicino”.


Questo blog è figlio delle rivoluzioni arabe. Rivoluzioni ancora incompiute, certo, ma altrettanto certamente rivoluzioni. Poco più di un anno fa, ben pochi avrebbero immaginato un Vicino Oriente senza Mubarak, senza Ben Ali e senza Gheddafi. Poco più di un anno fa, la classificazione delle aree di rischio della diplomazia italiana, basata convenzionalmente sui colori, assegnava alla Siria il bianco, vale a dire la più assoluta stabilità. Qualcosa è dunque cambiato, lo capisce anche un bambino. Così come anche un bambino capisce che il vecchio è duro a morire, e che gli interessi controrivoluzionari – interni ed internazionali – non sono stati e non staranno a guardare. Le rivoluzioni sono un processo, un percorso, non un momento catartico.

Viviamo in un Paese che non è mai riuscito ad interpretare il ruolo che la Storia gli ha assegnato, quello di un ponte fra l’Europa e il Vicino Oriente. A meno che non si vogliano prendere sul serio le farneticazioni pseudoceltiche di qualche mentecatto padano, ad ognuno di noi risulteranno evidenti i legami storici, culturali e commerciali con l’altra sponda del lago che ci separa e che ci unisce: il Mediterraneo. Dunque, solo una straordinaria miopia ed un ancor più straordinario provincialismo possono indurci a pensare che quello che avviene in Tunisia, in Libia, in Egitto, nella Palestina martire, in Libano, in Siria, non ci riguardino che marginalmente, come echi smorzati di avvenimenti lontani. A ricordarci questa vicinanza, pensano ogni giorno le migliaia di esseri umani che raggiungono le nostre amate sponde che, spesso, sono l’ultima cosa che i loro occhi vedono prima di chiudersi per sempre nel buio di un gorgo che inghiotte le loro vite e le carrette cui le avevano affidate.

Per molti anni, Egitto e Tunisia evocavano belle spiagge e alberghi da sogno low cost, luoghi dove il nostro ultimo sfigato poteva sentirsi un padreterno al costo di 500 euro all inclusive. Nessuno pensava che anche la vita di milioni di persone, in Egitto ed in Tunisia, valesse come la nostra, e che, un giorno o l’altro, questi milioni di persone non avrebbero più accettato di essere uomini e donne low cost. Per molti anni, regimi tirannici e corrotti hanno lucrato su queste vite a basso costo, svendendo alle multinazionali le ricchezze dei loro Paesi e soffocando nel sangue ogni anelito di libertà e di giustizia. Per molti anni, questi regimi hanno agitato la retorica della liberazione della Palestina dall’occupazione sionista, mentre facevano ottimi affari con i sionisti e collaboravano con loro nella repressione della rivoluzione araba e palestinese.
In questo ultimo anno, molte cose sono cambiate. Una, soprattutto: è sparita la paura. Gli Arabi non hanno più paura. Sono scesi in piazza, hanno tirato sassi, mattoni e molotov, hanno alzato barricate, hanno anche preso le armi contro i loro rais. Hanno, in poche parole, demolito l’immagine del fellah o del sottoproletario urbano disposto a tutto perché rassegnato a tutto. Gli Arabi hanno iniziato una rivoluzione antropologica e culturale, prima ancora che politica, perché stanno rivoluzionando sé stessi. In Egitto e Tunisia, come nel Bahrein e nella Palestina martire.

Un giovanotto italiano aveva capito quello che stava succedendo, ed aveva tentato di dargli voce. Prima di essere assassinato da un pugno di vigliacchi bigotti, Vittorio Arrigoni aveva trasmesso al mondo quello che succedeva a Gaza, e parlava chiaro, vero e subito. Con questo blog, senza altre pretese, vogliamo provare a dire chiaro, vero e subito cosa succede in un Oriente a noi molto vicino.
Usciamo in pubblico ad un anno dall’assassinio di Vittorio, mentre più di mille Internazionali si apprestano a volare in Palestina dai quattro angoli del mondo. Usciamo mentre il profumo del gelsomino comincia a diffondersi anche da noi.

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