LA CAVERNA DELLA SINISTRA

 

 

 Platone, Repubblica, Libro VII

(…) immagina degli uomini in un’abitazione sotterranea a forma di caverna la cui entrata, aperta alla luce, si estende per tutta la lunghezza della
facciata; son lì da bambini, le gambe e il collo legati da catene in modo che non possano lasciare il posto in cui sono, né guardare in
altra direzione che davanti, perché le catene impediscono loro di girare la testa; la luce di un fuoco acceso da lontano ad una certa
altezza brilla alle loro spalle; tra il fuoco e i prigionieri corre una strada elevata lungo la quale c’è un piccolo muro, simile a quei teli
che i burattinai drizzano tra loro e il pubblico e al di sopra dei quali fanno vedere i personaggi dello spettacolo.”
“Vedo, disse.”
“Immagina adesso che lungo questo piccolo muro degli uomini portino utensili di ogni tipo al di sopra dell’altezza del muro e
statuette di uomini e di animali, in pietra, in legno, di tantissime forme; e naturalmente immagina che alcuni di questi uomini parlino
tra loro ed altri stiano in silenzio.”
“Il tuo è un racconto proprio strano e parli di strani prigionieri, disse.”
“Eppure ci somigliano, risposi. Tu pensi infatti che in questa strana situazione abbiano visto di se stessi e dei loro vicini altro che le
ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che hanno di fronte?”
“E come potrebbe essere diversamente, se sono obbligati per tutta la loro vita a stare con la testa immobile?”
“E degli oggetti che passano non sarà forse lo stesso?”
“E certo.”
“E allora se potessero dialogare tra loro non pensi che nominando le ombre che essi vedono crederebbero di stare parlando degli
oggetti reali stessi?”
“Certamente.”
“E se vi fosse un’eco che rinvia i suoni al fondo della prigione tutte le volte che uno dei passanti parla, non credi che attribuirebbero
questa voce alle ombre che vedono sfilare?”
“Sì, per Zeus!”
“E non c’è dubbio, riprese, che agli occhi di queste persone la realtà non sarebbe fatta altro che dalle ombre degli oggetti al di là del
muro.”
“Sarebbe così per forza.”

Le scarse mobilitazioni in Italia – ma non solo – in risposta al massacro del 30 marzo nella Striscia di Gaza hanno segnato, probabilmente, il punto più basso toccato da quello che, non molti anni fa, era un movimento in grado di portare in piazza decine di migliaia di persone e di partecipare da protagonista ad imprese internazionali, come le iniziative della Freedom Flotilla. Oggi, dopo l’assassinio a sangue freddo da parte dell’esercito israeliano di decine di Palestinesi e il ferimento di altre centinaia, non ci sono state reazioni significative, come, del resto, avviene da molto tempo. Sono anni, infatti, che le manifestazioni in solidarietà con il popolo palestinese raccolgono a malapena qualche decina di attivisti, più o meno sempre gli stessi, senza mostrare la benché minima capacità di interessamento dell’opinione pubblica e, meno che mai, di incidere sull’agenda delle forze politiche italiane. Direi che sia arrivato il momento di aprire una riflessione profonda sui motivi di questa débâcle, che nessun amico della causa palestinese e della pace con giustizia può pensare di nascondere. Questo intervento è da intendersi come il contributo di un antico amico della Palestina, non ancora abbastanza vecchio per cedere alla rassegnazione.

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Alcuni giorni fa, lo scrittore Roberto Saviano è stato protagonista di un toccante monologo televisivo dedicato alle vittime dell’assedio portato dal regime di Assad e dai suoi alleati/padroni russi e iraniani all’enclave della Ghouta orientale, alla periferia di Damasco, una delle ultime sacche di resistenza dell’opposizione armata. L’intervento di Saviano è stato ineccepibile da tutti i punti di vista, dalla sottolineatura del fatto che le vittime dei bombardamenti indiscriminati non fossero “terroristi”, ma civili inermi, in gran parte bambini, fino all’evidenziazione del ruolo nefasto svolto da quelle forze che, nei fatti, portano avanti nel nostro Paese una costante disinformazione su quello che avviene in Siria ormai da più di sette anni. Queste forze – principalmente di destra e di estrema destra, ma anche “di sinistra” – presentano il regime del clan Assad come un campione della lotta al terrorismo, come il “male minore” a fronte dell’insorgenza islamista o, addirittura, come il campione della laicità e del contrasto ai piani espansionistici della N.A.T.O., di Israele, delle petromonarchie arabe, della Turchia di Erdogan, ecc. Nei giorni successivi, sono piovute su Saviano le critiche di molti che facevano notare come da parte dello scrittore non si fosse mai manifestata la minima empatia nei confronti delle vittime di altre sopraffazioni, come i Palestinesi. Critiche a cui non posso che associarmi, ma con un’osservazione doverosa: gli stessi critici di Saviano per la sua selettiva solidarietà verso i Siriani vittime di Assad propongono a loro volta una solidarietà, altrettanto selettiva verso i Palestinesi vittime dell’occupazione israeliana. Una solidarietà talmente selettiva da averli portati a tacere per anni verso la persecuzione messa in atto dallo stesso regime siriano verso i rifugiati palestinesi di Yarmouk e degli altri campi in Siria, la cui colpa, evidentemente, è quella di non essere perseguitati dalla malefica entità sionista, ma da un regime laico, antimperialista, persino socialista. Insomma, dal punto di vista dell’onestà intellettuale, i Saviano, gli Erri De Luca e quelli che definisco “Propal” sono due facce della stessa medaglia.

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Dopo anni di stragi di Stato e guerra civile in Siria, di feroce repressione in Egitto, di guerra sporca nello Yemen, con il Vicino Oriente nel suo complesso divenuto teatro di una guerra mondiale combattuta in parte per procura e in parte in prima persona da parte di potenze globali e regionali sulla pelle dei popoli, è possibile schematizzare due elementi che riguardano direttamente lo stato del dibattito politico in quella che, faticosamente, definiamo ancora “sinistra” in Italia, vale a dire quella mini-galassia formata da piccoli partiti residuali (tutti, a vario titolo definentesi “comunisti”), associazioni, comitati e movimenti di lotta locali, associazioni, centri sociali e sindacati di base.
Il primo elemento è lo smarrimento di qualsiasi riferimento ideologico nell’analisi degli eventi internazionali e la sua riduzione ad una visione esclusivamente “geopolitica”, dove si dibatte – in genere, senza averne la minima competenza – sulle strategie dell’imperialismo occidentale e di quello che viene ritenuto il suo elemento di contrasto, identificato con la Russia, la Cina e, di volta in volta, altri governi non subordinati a Washington, come quello venezuelano o quello iraniano. Il tutto, senza andare molto per il sottile nella definizione dei caratteri di questi governi: non ha importanza che si tratti di regimi evidentemente fascisti, come quello siriano, autoritari e aggressivi, come quello di Putin, di teocrazie come quella degli ayatollah o di tentativi socialisti (più o meno brillanti) come quello venezuelano. La sola cosa che conti è che questi regimi siano avversari – veri o presunti – dell’imperialismo occidentale, nordamericano ed europeo. E’ del tutto evidente come in questo schema, che si può definire “neocampista”, i popoli che hanno la disgrazia di essere oppressi da uno di questi regimi diventino, automaticamente e in blocco, servi dell’imperialismo tout court: i Siriani che si rivoltano contro il regime del clan Assad sono tutti jihadisti tagliagole, gli Ucraini che si scrollano di dosso la corruzione e l’autoritarismo del regime filo-russo sono tutti nazisti, i Venezuelani tormentati dalle difficoltà e dagli errori del regime di Maduro sono tutti contras al soldo della C.I.A. Ovviamente, queste moltitudini non meritano alcuna solidarietà, nella migliore delle ipotesi si tratta di gente che si fa strumentalizzare, incapace di comprendere persino quale sia il proprio vero interesse… quanto questo “bipolarismo” sia profondamente intriso di razzismo suprematista, lo può capire chiunque, come chiunque può capire quanto sia speculare a quello dei Saviano e dei De Luca, che considerano i Palestinesi indegni di reclamare i propri diritti nei confronti di un popolo eletto.

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Il secondo elemento è diretta conseguenza del primo: la povertà e l’arretratezza culturale, prima ancora che politica, che caratterizzano il ceto politico di questa sinistra residuale si traducono, inevitabilmente, nella non credibilità della sua proposta politica, anche quando si mostra animata delle migliori intenzioni, come nel caso del progetto di “Potere al Popolo”. Una sinistra che sopravvive imprigionata nella sua caverna, con lo sguardo fisso sulle immagini proiettate sul muro e le spalle rivolte alla realtà. Il risultato di queste povertà e arretratezza è l’irrilevanza in cui è venuta a trovarsi, irrilevanza manifestata – anche – dall’inconsistenza delle mobilitazioni in solidarietà con il popolo palestinese, per il semplice fatto che, se non sei credibile per il tuo livello culturale e l’aderenza alla realtà della tua analisi, non puoi pretendere che qualcuno ti dia ascolto.
Viviamo un’epoca in cui l’informazione viaggia e si diffonde in molti modi, generando contezza degli eventi aldilà di manipolazioni sempre possibili, ma molto più difficili da realizzare anche solo rispetto a qualche anno fa. Un esempio di questa realtà è ricavabile dalla vicenda delle “fosse comuni di Gheddafi”, presentate come tali dalla stampa mainstream, costretta a smentire sé stessa nel giro di poche ore, di fronte alle informazioni fornite via web da decine di citizen journalists presenti sul posto, che mostrarono al mondo la verità: un normale cimitero cittadino. Eppure, chi vive nella caverna delle antiche certezze bipolari non trova contraddizione fra l’aver gioito per il lavoro dei bloggers in Libia e il gettare fango e discredito sui bloggers siriani che hanno mostrato i crimini del regime di Assad. Analogamente, la sinistra cavernicola non prova disagio alcuno nell’accusare di complicità con l’imperialismo le agenzie umanitarie, come Amnesty International, quando denunciano le nefandezze del regime di Damasco o del governo venezuelano, dopo averle esaltate in occasione delle loro denunce dei crimini israeliani o turchi. Uno strabismo che non sfugge a chi vive il proprio tempo fuori dalle caverne, nel mondo reale.

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Naturalmente, per comprendere e affrontare questa situazione, va detto che esistono anche cause, per così dire, endogene, nel senso che è la stessa politica palestinese a non essere di aiuto, come quella dell’opposizione siriana, del resto. Comprensibilmente, sarebbe più facile aggregare solidarietà nei confronti di un movimento di liberazione dai caratteri chiari e definiti, piuttosto che di fronte ad un quadro di frammentazione delle opzioni politiche che rende pressoché impossibile uno schieramento convinto, perché è veramente difficile pensare di ignorare che quella che era la più forte formazione palestinese, Fatah, almeno dalla scomparsa di Arafat non è altro che la stampella dell’occupazione, così come non si può pretendere che persone laiche e progressiste si entusiasmino per Hamas o qualche altra fazione religiosa. Per quanto riguarda la sinistra palestinese, non fa certo una bella figura, quando manifesta con le bandiere della dittatura siriana o della teocrazia iraniana. Al tempo stesso, non è semplice trasformare in solidarietà attiva con il popolo siriano il generale sdegno verso il regime nazista di Damasco, in presenza di un’opposizione pesantemente influenzata dall’integralismo religioso, variamente declinato, e comunque incapace di proporsi come soggetto politico coordinato.
Chi segue queste vicende con passione e con spirito libero, d’altra parte, sa che – in Palestina, come in Siria, come in Egitto – esistono movimenti della società civile estremamente avanzati, nonostante le enormi difficoltà che sono chiamati ad affrontare. Organizzazioni delle donne, dei giornalisti, dei giovani, dei lavoratori, degli attivisti per i diritti umani, insomma uno spettro ampissimo di impegno e ricchissimo di potenzialità, una realtà cui, purtroppo, quasi non rivolgiamo lo sguardo, stregati dalla spettacolarità della guerra e dei vari terrorismi. Un sano spirito internazionalista dovrebbe misurarsi nel rapporto con questa ricchezza sociale e culturale, probabilmente la sola speranza per un futuro Vicino Oriente libero da dittature e ingerenze, in grado di produrre da solo gli anticorpi verso fanatismo e integralismo.

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Se c’è una proposta che mi sento di sottoporre all’attenzione di chi continua a coltivare l’amicizia e la solidarietà verso il popolo palestinese e gli altri popoli del Vicino Oriente, è quella di smarcarsi tanto dalla solidarietà selettiva, quanto da vecchie visioni mitologiche, quelle – per intenderci – che impediscono di comprendere la reale natura delle forze in campo e portano a considerare interlocutori personaggi e organizzazioni che non solo hanno fatto il loro tempo, ma ormai possono essere considerati come degli ostacoli per ogni percorso di liberazione. So bene che è molto più facile rapportarsi con il “palestinese di professione”, rappresentante di un’organizzazione conosciuta e magari residente in Italia da mezzo secolo, piuttosto che andare a cercare contatti con realtà meno strutturate politicamente e, talvolta, di non semplice identificazione, ma penso che la strada da percorrere sia questa. Del resto, è la stessa strada che ha fatto in tempo ad indicarci, prima del suo assassinio, Vittorio Arrigoni, quando non si limitava a denunciare i crimini israeliani contro la popolazione di Gaza, ma si sforzava di dare voce nel mondo intero ai giovani palestinesi che, sull’onda delle Primavere Arabe, si ribellavano al duopolio conflittuale fra Hamas e Fatah, evocando l’unità del popolo contro l’occupazione, finendo bastonati a Gaza dai miliziani di Hamas e in Cisgiordania dalla polizia dell’Autorità Palestinese di Fatah. La strada che indagava, in Egitto, Giulio Regeni, torturato e assassinato dal regime di Al Sisi per le sue ricerche sui sindacati indipendenti. L’alternativa a questa scelta, difficile ma suscettibile di prospettiva, è la stanca ripetizione della solita liturgia fatta di manifestazioni rituali e sempre più marginali, come può constatare chiunque abbia occhi per vedere e li usi per vedere quello che accade oltre la soglia della caverna, alla luce del sole.

Germano Monti

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